Condannato a un anno e mezzo per la morte della pony, trascinata ad Acate

Una pony rubata da casa di un parente, legata ad un auto, trascinata e morta ad Acate, nel Ragusano nel 2022. Il giudice monocratico del Tribunale di Ragusa ha condannato un 35enne a 1 anno e 6 mesi, disponendo un risarcimento di 1500 euro solo per una delle 13 parti civili costituite, l’Oipa. Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna al massimo della pena prevista, ovvero 1 anno e 6 mesi, pena già ridotta per il rito abbreviato. A processo, davanti al giudice monocratico Elio Manenti, il 35enne di Acate accusato di avere ucciso una pony alla periferia di Acate ad aprile del 2022. La pony era stata sottratta dall’imputato dalla stalla di un parente ed era stata legata allo sportello dell’auto per essere portata via. La bestiola però sarebbe scivolata a terra senza riuscire a rialzarsi, trascinata e ridotta in fin di vita, sarebbe stata poi abbandonata agonizzante in un terreno alla periferia di Acate dove venne trovata. Per la pony però non c’era più nulla da fare, le lesioni dovute al trascinamento ne avevano devastato il corpo fino ai tessuti muscolari; i veterinari furono costretti a sopprimerla. Nella sua requisitoria, il pubblico ministero ha definito la vicenda “agghiacciante”, per la crudeltà, le fatiche insostenibili a cui in quel frangente, è stata sottoposta la pony, una femmina di 10 anni, trascinata per 5 chilometri e lasciata agonizzante per strada; il massimo della pena “per rendere giustizia a quel povero animale”. Poi le parti civili, 13 quelle ammesse alla costituzione, tutte associazioni animaliste. “Serve un segnale forte” hanno detto, “una pena che possa corrispondere alle istanze di giustizia della collettività”, per un fatto doppiamente crudele; per quando la pony è stata trascinata e per quando è stata abbandonata agonizzante. Nessuna scusante per l’imputato che, secondo le parti civili, si sarebbe fatto scudo della sua tossicodipendenza cercando di sminuire quanto avvenuto, e che invece a loro detta era ben cosciente di quanto stava facendo. Senza nulla togliere alla gravità di quanto avvenuto, il difensore dell’uomo, l’avvocato Daniele Scrofani, ha chiesto in apertura della sua arringa una sentenza giusta “perchè si celebra un processo a un uomo, non una vendetta sociale”, un processo “intriso di pentimento per un uomo, incensurato, che per la sua tossicodipendenza si è fatto aiutare, che da 18 mesi non si droga più, per un comportamento messo in atto in condizioni di alterazione da alcol e droga che lo rendevano quasi incosciente, circostanza confermata dai famigliari e dalla chiamata al 112 della moglie preoccupata per le condizioni del marito che quella sera aveva bevuto molto e che era uscito probabilmente per procurarsi della droga. Oggi il 35enne segue con diligenza il programma al Sert e l’ultima certificazione, ne attesta la sua negatività dall’uso di sostanze stupefacenti da 18 mesi. In conclusione ha chiesto l’assoluzione perchè il fatto non costituisce reato; il capo di imputazione definisce il reato commesso con crudeltà ma mancherebbe per il difensore l’elemento psicologico. In sostanza, non voleva uccidere l’animale, al quale era legato. Oltre a questo ha chiesto l’applicazione delle circostanze generiche e la sospensione condizionale della pena. Per i risarcimenti alle parti civili, opposizione per tutte, sottolineando che alcune di queste, secondo l’avvocato Scrofani non avrebbero i requisiti per richiederli. Dopo la camera di consiglio il giudice ha condannato l’uomo a 1 anno e 6 mesi e disposto il risarcimento di 1500 euro solo all’Oipa. Rigettate le altre richieste risarcitorie    

© Riproduzione riservata

Invia le tue segnalazioni a info@ragusaoggi.it