Vendita Aeroporto di Comiso: arrivano gli arabi?

Il destino del “Pio La Torre” resta legato a Catania: il bando SAC accende la sfida globale per la maggioranza azionaria.

Il futuro del sistema aeroportuale del Sud-Est siciliano è a un bivio storico. Con la pubblicazione ufficiale del bando da parte di SAC, avvenuta il 4 maggio 2026, si è aperta ufficialmente la corsa alla privatizzazione degli scali di Catania e Comiso. Un’operazione che punta a cedere almeno il 51% delle quote azionarie della società di gestione.

Anche per chi fa finta di non capire

È bene chiarire un punto che ha generato qualche stupida discussione sui social: l’oggetto del bando non è la vendita degli immobili o delle piste (che restano asset pubblici) e del resto nessuno l’ha mai detto, bensì la cessione delle quote azionarie della SAC, come anche noi abbiamo scritto nei nostri articoli. Diventare soci di maggioranza significa acquisire il diritto e l’onere di gestire i servizi aeroportuali, la logistica e lo sviluppo commerciale. E’ facile da capire, anche leggendo i nostri articoli. Lo diciamo a beneficio di qualche scarso organizzatore di eventi natalizi che ritiene di ergersi a “so tutto io”.

Comiso tra opportunità e timori: la fine dell’ombra di Catania?

Fino ad oggi, l’aeroporto di Comiso ha vissuto un rapporto complesso con il “gigante” Fontanarossa. Nonostante l’attivazione della continuità territoriale e un timido aumento dei voli, lo scalo ibleo continua a soffrire la centralità di Catania, rimanendo in una sorta di limbo operativo.

La privatizzazione, però, non permette una “fuga” in solitario: chi compra la maggioranza di SAC compra l’intero pacchetto. Per Comiso, questo significa restare indissolubilmente legato alle sorti di Catania, ma con una prospettiva nuova. Un investitore internazionale potrebbe finalmente vedere nel “Pio La Torre” non un semplice scalo di riserva, ma una risorsa specializzata — magari per il settore cargo o per le low-cost — capace di decongestionare l’hub catanese e valorizzare il territorio ragusano in modo autonomo e redditizio. Sarà davvero così, oppure prevarrà la visione attuale di un aeroporto secondario al primario? Del resto il principio di non concorrenza può anche essere strategico, commercialmente parlando. Sono punti di vista.

La partita geopolitica: i potenziali investitori

La privatizzazione della SAC ha innescato una competizione di respiro globale, dove ai colossi industriali europei si affianca la potenza finanziaria dei fondi sovrani arabi. In particolare, l’attenzione è rivolta ad ADQ (Abu Dhabi Development Holding Company), il gigante emiratino che ha già mostrato un forte attivismo nel mercato infrastrutturale italiano e che vede in Catania un asset strategico per il controllo dei flussi nel Mediterraneo.

Questa spinta mediorientale sfida la leadership di player continentali come Vinci Airports, Aena e Groupe ADP, oltre ai campioni nazionali Mundys e F2i. Con un bando che richiede una solidità finanziaria imponente — almeno 300 milioni di euro di patrimonio netto e un fatturato solido — la partita si sposta su un asse geopolitico che unisce l’Europa al Medio Oriente, puntando a trasformare gli scali di Catania e Comiso in hub di rilievo mondiale.

Cosa viene chiesto ai nuovi soci?

Non basta avere i fondi. La SAC richiede partner qualificati con un’esperienza consolidata nella gestione aeroportuale. L’obiettivo dichiarato è attrarre competenze capaci di sostenere investimenti infrastrutturali pesanti, necessari per reggere il ritmo di una domanda di traffico in costante crescita.

Il tempo stringe: le manifestazioni di interesse dovranno pervenire entro le 23:59 del 3 giugno 2026. Solo allora sapremo se il futuro del cielo siciliano parlerà arabo o se resterà ancorato alle grandi holding europee.

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