Nuovo paradosso sulle liste d’attesa: medico scrive “entro 10 giorni” e l’ASP risponde “7 mesi”

Ancora una volta la sanità pubblica finisce agli onori della cronaca. E ancora una volta a puntare il dito è il Comitato Civico Articolo 32, che torna a denunciare quello che definisce senza mezzi termini un bluff sulla tanto annunciata riduzione delle liste d’attesa.

Il caso portato all’attenzione riguarda il signor D.P., paziente con evidenti segni clinici di una patologia che interessa fegato e milza, potenzialmente grave. Il 23 gennaio il medico curante, valutato il quadro clinico, prescrive un’ecografia dell’addome superiore indicando chiaramente una priorità: esame da eseguire entro 10 giorni. Una prescrizione che non lascia spazio a interpretazioni.

Eppure, al momento della prenotazione, la richiesta viene trattata come una prestazione ordinaria, rinviabile senza urgenza. L’appuntamento assegnato? Il 31 agosto 2026, a distanza di oltre sette mesi. Un tempo che stride clamorosamente con le indicazioni cliniche riportate nero su bianco sulla ricetta.

Secondo il Comitato, il caso è l’ennesima conferma di un sistema che continua a funzionare seguendo un mero ordine burocratico di arrivo delle richieste, ignorando del tutto il quesito diagnostico e le priorità stabilite dai medici. Una gestione che rischia di trasformare la tutela della salute in una lotteria, dove chi ha bisogno urgente viene trattato come chi può attendere mesi.

«È tollerabile una simile sciatteria organizzativa?», si chiede Rosario Gugliotta, presidente del Comitato Articolo 32, che parla apertamente di operazioni di marketing politico quando si sbandierano risultati sulla riduzione delle liste d’attesa.

Negli anni Regione e Asp hanno più volte assicurato interventi, correttivi, piani straordinari. Ma, a giudicare dalle denunce che continuano ad arrivare, per molti utenti la storia è sempre la stessa. Una ripetizione che rischia di anestetizzare anche l’opinione pubblica, facendo passare per normale ciò che normale non è.

Proprio per questo continuare a denunciare resta un dovere civile. Perché il diritto alla salute non può essere archiviato in fondo a una lista d’attesa, né sacrificato sull’altare dell’inerzia organizzativa. E perché dietro ogni prenotazione rinviata di mesi c’è una persona, non un numero.

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