Sanità siciliana, tariffe sotto costo e assenza di programmazione: la denuncia dei sindacati

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La sanità siciliana vive un momento di forte tensione. Le sigle sindacali che rappresentano le strutture ambulatoriali di medicina specialistica territoriale lanciano un appello chiaro: La Regione Siciliana non rispetta gli obblighi previsti dalla legge e mette a rischio la continuità dell’assistenza sanitaria ai cittadini.

Secondo le associazioni, gli ultimi verbali del Tavolo Adempimenti del MEF e del Ministero della Salute certificano una lunga serie di inadempienze che impediscono alla Sicilia di uscire dal Piano di Rientro e che stanno minando la stabilità dell’intero sistema sanitario regionale.

Norme violate e criticità strutturali

Il quadro tracciato dalle sigle sindacali è severo. Le principali norme nazionali e regionali risultano disattese.

Legge 311/2004

Non sono garantiti: la copertura del disavanzo sanitario, l’equilibrio economico-finanziario, il rispetto dei tempi del Piano di Rientro.

D.Lgs 502/1992

La normativa impone integrazione con il privato accreditato e la stipula tempestiva dei contratti.
In Sicilia, invece, i contratti arrivano spesso a fine anno o addirittura l’anno successivo, impedendo programmazione e investimenti.

Legge Regionale 5/2009

Stabilisce che i budget devono essere comunicati entro febbraio.
La realtà è opposta: i tetti di spesa vengono notificati tra novembre e dicembre, quando non addirittura nell’anno successivo.

DPCM LEA e DM 70/2015

Gli standard minimi di assistenza e quelli ospedalieri non vengono raggiunti: screening insufficienti, rete ospedaliera non adeguata, emergenza-urgenza sotto standard.

DM 77/2022

Prevede il modello delle Case di Comunità e il rafforzamento della sanità territoriale.
In Sicilia, molte strutture non sono state attivate e l’Assistenza Domiciliare Integrata rimane insufficiente.

Tariffe ferme da dieci anni: “Prestazioni pagate sotto costo”

Un altro punto critico riguarda il sistema tariffario.
Da oltre dieci anni, le tariffe non vengono aggiornate e molte prestazioni vengono oggi pagate meno di quanto costano per essere erogate.

Le conseguenze sono pesanti: impossibilità di assumere nuovo personale, difficoltà nell’accesso al credito, blocco degli investimenti, rischio di sospensione dei servizi essenziali.

Programmazione assente e tetti di spesa incoerenti

I verbali del Ministero evidenziano anche che la Regione non stima correttamente il fabbisogno sanitario reale.
I tetti di spesa risultano disallineati rispetto alla domanda effettiva di salute dei cittadini: si penalizzano le strutture che lavorano di più, si premiano quelle che producono poco o nulla.

Un meccanismo che, secondo le sigle sindacali, viola i principi di equità e proporzionalità della spesa, mettendo in ginocchio un intero settore.

Le domande delle sigle sindacali: “Come si può parlare di uscita dal Piano di Rientro?”

Le associazioni sono categoriche: “La Regione non può chiedere di uscire dal Piano di Rientro se continua a violare leggi nazionali e regionali, dal D.Lgs 502/1992 al DM 77, fino al DPCM LEA.”

E rilanciano un interrogativo chiave: Come garantire i LEA senza investire almeno un miliardo nel sistema sanitario, pubblico e privato accreditato?

Serve una governance capace di garantire continuità e qualità

Il messaggio finale delle sigle è durissimo:
“La sanità siciliana non è ostaggio di Roma, ma dell’incapacità regionale. Le strutture accreditate non possono più sopravvivere senza programmazione. Occorre rispettare la legge e assicurare sicurezza, continuità e qualità dei servizi.”

Un grido d’allarme che chiama in causa la Regione e che mette al centro un tema cruciale per il futuro della salute dei cittadini siciliani.

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