LA POLITICA E IL GOVERNO DEI TECNICI

Con la nascita del governo Monti si è molto discusso sulla compatibilità in un sistema democratico dei tecnici con la politica. Anche in passato sono stati formati governi tecnici, senza che ciò provocasse stupore alcuno; basta pensare ai governi Dini e Ciampi. Qualcuno accomuna ai governi tecnici anche i governi di Prodi, per la sua impronta altamente di stampo economico sulla politica dei suoi governi.
Naturalmente quando entrano in campo i tecnici significa che c’è un fortissimo deficit di politica. E infatti i governi tecnici sono nati ogni volta che la politica non è riuscita a dare risposte idonee alla società.
Ora la crisi della II repubblica è derivata dal modo in cui essa è nata e si è sviluppata. Senza soggetti politici definiti, con la privatizzazione della politica, con l’affievolimento, assieme alle ideologie, anche dei valori che ad esse si accompagnavano. (soprattutto a destra , ma non solo).
Tutti, a destra e a sinistra, manifestano entusiasmo per questo nuovo governo. E, in effetti, le differenze rispetto al passato sono notevoli. Lo stile decoroso, l’altissima competenza professionale di tutti i suoi componenti stridono col recente passato di un governo immobile,  composto prevalentemente da nani (non solo in senso metaforico) e ballerine. Ma il governo Monti non sarà certo un governo progressista. Nel senso che alla fine farà cose non molto diverse da quelle che il governo Berlusconi avrebbe dovuto ma non ha saputo fare, sui temi del lavoro e della politica economica.
Certo, la formazione di un governo del genere era ormai diventata una necessità indiscussa, ma ciò che turba è stata l’incapacità di una forza politica, uscita dalle elezioni con una maggioranza bulgara, a formare un governo formato da persone competenti e capaci di affrontare i problemi della società.
Dall’altro lato, ultimamente la sinistra è sembrata animata da una filosofia che ha avuto come collante prevalente l’anti – berlusconismo ed ha cessato di dare centralità ai temi della giustizia sociale e del lavoro.
L’anti – berlusconismo ha fatto invece focalizzare gran parte della battaglia politica sul moralismo presentandosi all’elettorato come la coalizione degli onesti, delle persone per bene, aperto anche a certa destra per bene.
Il risultato è che parte dell’elettorato operaio e popolare è andato a destra o, al nord, verso la Lega e che per il centrosinistra vota “il ceto medio riflessivo”  e intellettuale. Oggi, se la sinistra vuole ricrescere, deve colmare il vuoto di valori e idee forti trovando un’anima socialdemocratica “forte” che riesca a parlare alle classi popolari e al ceto medio. Ogni volta che ciò è accaduto (vedi i referendum di giugno o le elezioni amministrative di Milano, Torino, Napoli) la sinistra è tornata vincente.
Bisogna convincersi che non esiste solo la tecnica per trasformare la società. Prima della tecnica, la politica è attività di dialogo e discussione e coinvolge tutti i cittadini nella gestione delle cose comuni. Come diceva Aldo Capitini, “Si tratta…di rompere lo schema che solo la tecnica-scienza sia opera di razionalità e l’altro sia sentimento…”.
La società attuale sembra sempre più volere fare a meno degli strumenti di partecipazione democratica per cedere alle lusinghe dell’efficienza. A destra, con la ricerca di un uomo forte che risolva tutti i problemi, a sinistra con la prevalenza della tecnocrazia sulla politica.
E, invece, non si deve separare l'”efficienza”, che è un mezzo,  dalla “partecipazione comunitaria”, che è un fine prioritario. Ciò che si deve recuperare è la buona politica che coniughi la libertà con la giustizia sociale e l’efficienza, selezionando uomini che abbiano fede nei valori e capacità di realizzare ciò in cui credono.
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