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Intervista a Leonardo Lodato, per il nuovo libro “Cielo, la mia musica!” in uscita il prossimo 30 gennaio
26 Gen 2020 17:17
Come vi abbiamo già anticipato in un nostro articolo di qualche giorno fa, esce il 30 gennaio, in abbinamento con il quotidiano “La Sicilia” di Catania, e in versione digitale acquistabile sul sito lasicilia.it, il nuovo libro di Leonardo Lodato “Cielo, la mia musica!”, con la prefazione di Fabrice Quagliotti, leader e tastierista dei Rockets. Il confine tra mare e cielo è lieve. Acqua e aria si confondono, mischiano i loro colori. Quanto influiscono la luce del sole, il suo calore, nell’essere siciliani? E ancor più, quanto conta se si è musicisti? E il cielo, soprattutto, come lo vede chi suona, chi canta, chi compone? Per dare una risposta a queste domande, Leonardo Lodato ha intervistato 12 musicisti siciliani, 12 come i mesi dell’anno. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Leonardo che ha tra l’altro scelto di inserire nel suo libro anche una ormai celebre musicista iblea, la pianista Giuseppina Torre. Rispondono alle domande di Lodato infatti, gli artisti Bob Salmieri, Andrea Cantieri, Caterina Anastasi (Babil On Suite), Compagnia d’Encelado Superbo, Giuseppina Torre, Lello Analfino, Marian Trapassi, Mario Venuti, Paolo Buonvino, Pupi di Surfaro, Roberta Finocchiaro e Rosalba Bentivoglio.
“Cielo, la mia musica!”. Un titolo quasi ironico. Come mai quest’idea? E di cosa parla il libro?
Il riferimento è alla classica frase: cielo, mio marito! Ma, ovviamente, l’argomento del libro è tutt’altro. Mi è venuto in mente una sera d’estate mentre guardavo la distesa di stelle sopra la mia testa. Cercavo un titolo per il libro e, a un certo punto, eccolo lì: Cielo, la mia musica! Ce l’avevo tutta lì, sopra di me. Ogni stella un brano, un artista, un episodio legato al mondo delle sette note. L’idea del libro è proprio quella di dialogare con gli artisti al di là delle solite interviste fatte per promuovere una nuova uscita discografica o un concerto. Mi è piaciuta l’idea di fare il Freud della situazione o, come dico in un’intervista contenuta nel volume, di vestire i panni del parroco chiuso nel segreto del confessionale…
Dodici interviste per ogni mese dell’anno?
Sì, un immaginario calendario musicale ma, come mi ha detto qualcuno, un chiaro riferimento alla musica dodecafonica. Bell’idea, decisamente suggestiva ma mi sembra un po’ eccessiva…
Chi ti ha colpito di più tra gli artisti intervistati?
Non mi sembra carino citare un artista in particolare. Diciamo che tra loro ce ne sono alcuni che conosco da tempo immemore, altri che sono state delle belle scoperte. Ognuno di loro ha avuto qualcosa di interessante da dire e mi ha lasciato dentro qualcosa. La cosa, quella che mi ha più colpito, è che comunque ognuno di loro ha percepito il progetto secondo le proprie esperienze, il proprio background.
Ritieni che questi artisti, da Lello Analfino a Paolo Buonvino, da Giuseppina Torre a Mario Venuti, rappresentino in pieno il mondo della musica in Sicilia?
Come dico nei ringraziamenti, mi sarebbe piaciuto coinvolgere molti più artisti ma lo spazio non bastava. In ogni caso, credo che ci siano, tra le pagine, alcuni tra i protagonisti della scena musicale dell’Isola e 360 gradi. Si passa dal jazz al pop, dalla ricerca storica al cantautorato.
C’è qualche artista che non ha accettato di essere intervistato?
No. Qualcuno è stato costretto a declinare l’invito per mancanza di tempo, gli altri hanno subito accettato con grande entusiasmo. Diciamo che, per mia fortuna, la “formazione” per 10/12 è quella che avevo previsto all’inizio del… campionato.
Potrebbe essere l’occasione per un secondo volume?
Chissà. Il problema è che sono molto lento nell’elaborare il materiale. Quindi rischierei di scrivere un libro su giovani artisti che, nel frattempo, sono già diventati anziani.
La prefazione è di Fabrice Quagliotti, il tastierista di una band famosa negli anni Ottanta. Lui non è siciliano. Come mai questa scelta?
Fabrice non è siciliano, è un extraterrestre. E’ nato su Marte. Scherzi a parte, credo che nessuno meglio dei Rockets, negli anni Ottanta, abbia rappresentato nell’immaginario collettivo il collegamento tra la musica e l’Oltre. Ho cominciato ad ascoltarli quando avevo 11, 12 anni. A quei tempi “enfant prodige” della radiofonia locale, rubavo i dischi a mio padre e a mio fratello. Mi innamorai dei Pink Floyd e dei Kraftwerk, dei Genesis e dei Perigeo. Un amico di famiglia, Carmelo, mi portò al cinema a vedere “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Per la tensione ruppi un paio di occhiali che tenevo in mano. Mia nonna Lucia mi regalò il libro. Lo divorai in men che non si dica. I Rockets sono stati un caso di “abduction”. Pensa che, all’inizio, credevo che “On The Road Again” fosse un loro brano originale, non avevo mai ascoltato prima la versione dei Canned Hit. Avevo tutti i loro dischi, li ho visti in concerto, ballavo come loro sulle note di “Future Woman”. Qui, per una volta, il miracolo lo ha fatto Facebook. Dopo tanti anni ho stretto amicizia con Fabrice, l’ho coinvolto in questo progetto ed è nata una fantastica amicizia.
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