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Insulti al sindaco Cassì, il maltempo come pretesto
14 Feb 2026 08:50
In questi giorni, a Ragusa si è verificato un curioso e preoccupante cortocircuito tra allerta meteo, gestione delle istituzioni locali e uso dei social network da parte dei più giovani. L’ordinanza firmata dal sindaco Giuseppe Cassì, che ha disposto la chiusura di ville comunali, giardini e cimiteri a causa dell’allerta meteo gialla, non ha previsto la sospensione delle lezioni scolastiche: le indicazioni della Protezione Civile per quel livello di allerta non impongono infatti la chiusura delle scuole. La reazione di molti studenti, in gran parte minorenni, è stata però quella di tempestare il primo cittadino di messaggi offensivi, videochiamate nelle ore serali e persino insulti per non aver chiuso le scuole a fronte della pioggia e del disagio di “bagnarsi le scarpe”. Il sindaco ha definito questi comportamenti “inammissibili”, invitando a un uso più responsabile dei social e un dialogo civile tra istituzioni e giovani cittadini, e rivolgendosi direttamente alle famiglie affinché educhino al rispetto e alla misura online.
Questo episodio, oltre a evidenziare il problema più ampio dell’educazione digitale e della consapevolezza civica tra una buona fetta di giovanissimi, si inserisce in un clima nazionale in cui si discute intensamente, e spesso malamente, di tutto, compreso di scuola e tempo scolastico. Non si tratta soltanto di aprire o chiudere le aule in presenza di maltempo, ma anche di come strutturare l’intero anno scolastico per rispondere alle esigenze del Paese. Proprio nelle ultime settimane la ministra del Turismo, Daniela Santanché, ha rilanciato l’idea di una revisione del nostro calendario scolastico, proponendo – almeno a livello di dibattito – di ridurre di circa dieci giorni le lunghe vacanze estive e redistribuirle lungo l’arco dell’anno, prendendo spunto da modelli nord europei che prevedono pause più equilibrate tra settembre e giugno. L’obiettivo dichiarato è favorire una maggiore destagionalizzazione dei flussi turistici interni, con famiglie che potrebbero viaggiare e muoversi in periodi tradizionalmente meno affollati, e dare nuova linfa al turismo nazionale.
L’idea ha colto di sorpresa non solo il mondo scolastico, ma anche il ministero dell’Istruzione, con il titolare Giuseppe Valditara che ha precisato come non esistano ancora proposte concrete o testi normativi da approvare. In pratica, si tratta più di una suggestione politica e di un tema da avviare eventualmente a un confronto più articolato tra le parti.
La reazione tra gli addetti ai lavori è stata tutt’altro che unanime: sindacati e docenti hanno sollevato molte perplessità, criticando l’idea di piegare l’organizzazione della scuola alle esigenze del turismo, sottolineando le difficoltà logistiche legate a scrutini, esami, attività extracurriculari e al caldo spesso asfissiante nei mesi in cui aprono e chiudono le scuole. Un sondaggio ha rilevato, tra chi lavora nel sistema scolastico, una forte opposizione all’ipotesi di accorciare le vacanze estive per redistribuire i giorni nel corso dell’anno.
Tornando a Ragusa e ai ragazzi che hanno reagito con insulti al primo cittadino: se da un lato va assolutamente censurato e stigmatizzato ogni comportamento aggressivo e offensivo verso chi amministra una comunità, dall’altro questo episodio può essere letto anche come sintomo di un malessere diffuso, di una frustrazione giovanile che percepisce la scuola e le istituzioni lontane dai suoi bisogni reali. Occorre accendere un dibattito più profondo su cosa significhi essere studenti oggi: non solo imparare nozioni, ma capire regole, contesti e responsabilità, dentro e fuori dalle aule.
In un Paese dove la pausa estiva tradizionale, almeno per gli studenti, dura spesso più di tre mesi e le vacanze scolastiche sono concentrate in poche finestre, ripensare la distribuzione del tempo scolastico può avere senso. Ma farlo richiede un dialogo aperto con chi vive la scuola ogni giorno: studenti, insegnanti, famiglie e amministrazioni, soprattutto locali. Soltanto così una discussione – partita da una dichiarazione della ministra del Turismo – può essere trasformata in un’occasione di partecipazione educativa e non in un motivo di polemica o di ulteriore frattura generazionale.
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