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“Americazuela”: la terra promessa degli iblei. Dal sogno dell’emigrazione in Venezuela al ritorno forzato, tra memoria e guerra. VIDEO
04 Gen 2026 10:47
C’è una parola che più di ogni altra racconta un secolo di partenze, speranze, illusioni e ritorni mancati: “Americazuela“. Non America, non Venezuela, ma un luogo dell’anima, una terra immaginata e desiderata, nata dalla fusione di due mondi lontani. Così gli emigranti siciliani – molti dei quali provenienti dalla provincia di Ragusa – chiamavano la meta del loro viaggio oltreoceano. Non per ignoranza, ma per necessità simbolica: perché quel Paese, il Venezuela, era soprattutto una promessa, prima ancora che un punto sulla carta geografica.
Oggi, mentre il Venezuela è tornato drammaticamente al centro della scena internazionale dopo l’attacco militare degli Stati Uniti e la cattura del presidente Nicolás Maduro, quella parola risuona con un’eco ancora più potente. Perché dietro la geopolitica e le armi, c’è una storia profonda che lega quel Paese alla Sicilia, a Modica, a Ragusa, a intere generazioni di famiglie iblee.
Dall’attacco Usa alla memoria di un legame profondo
La crisi attuale, con bombardamenti mirati, tensioni internazionali e l’allarme lanciato per la sicurezza dei civili e delle comunità straniere, riporta alla luce una verità spesso dimenticata: il Venezuela non è mai stato solo “altrove” per i ragusani. È stato casa, lavoro, futuro. È stato “Americazuela”.
Nel secondo dopoguerra, soprattutto tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il Venezuela divenne una delle principali destinazioni dell’emigrazione siciliana. Insieme a Canada e Australia, rappresentava una delle “nuove rotte” transoceaniche per chi lasciava un Sud Italia povero, ferito dalla guerra e privo di opportunità. Dalla provincia di Ragusa partirono in tanti: contadini, artigiani, muratori, commercianti, giovani con un mestiere in tasca o con la sola forza delle braccia.
Lì trovarono un Paese ricco di petrolio, in piena espansione economica, affamato di manodopera e competenze. Molti pensarono di restare “solo due anni”. Quei due anni, spesso, diventarono una vita intera.
Le storie degli iblei in Venezuela
A raccontare con lucidità questo legame è anche il giornalista Alessandro Bongiorno, in un articolo pubblicato su Insieme, che ricostruisce il vissuto degli emigrati ragusani in Venezuela. A Caracas, Maracay o Valencia, scrive Bongiorno, «non è raro imbattersi in cognomi che si trovano anche sul nostro elenco telefonico». Sono i figli e i nipoti di chi ha attraversato l’Oceano nel secondo dopoguerra.
Sebastiano D’Angelo, dell’associazione Ragusani nel Mondo, sottolinea come il Venezuela sia stato a lungo «una terra molto generosa», capace di offrire occasioni di riscatto sociale e imprenditoriale. Gli italiani, racconta, seppero integrarsi, farsi apprezzare e costruire comunità solide, spesso attorno ai centri italo-venezuelani e alle parrocchie.
Ma oggi quel sogno si è infranto. «Stiamo attraversando un caos generale», raccontava da Caracas Salvatore Pluchino, docente universitario ed ex presidente del Centro Italo-Venezuelano. Carenze di elettricità, acqua, farmaci, sicurezza: un Paese allo stremo, nonostante le immense risorse naturali.
Molti sono rientrati in Italia, spesso lasciando figli e nipoti oltreoceano. Altri resistono, barricati in case che custodiscono una vita intera, con il cuore ancora diviso tra due sponde.
“Americazuela”, il documentario di Ivano Fachin
È dentro questa storia collettiva che si inserisce “Americazuela”, il documentario ideato e diretto dal regista modicano Ivano Fachin, prodotto dalla Forward Film con il produttore esecutivo Giuseppe Garaffo. Un’opera nata nel 2013 con l’obiettivo di ricucire fili spezzati, dare voce a memorie sparse tra la Sicilia e l’America Latina.
Il progetto prende avvio simbolicamente da Lampedusa, luogo dell’emigrazione di oggi, per poi tornare indietro nel tempo, alle partenze dei siciliani verso il Venezuela. «Americazuela è la terra dei sogni, la terra della speranza», spiegava Fachin. «Non è l’America e non è nemmeno il Venezuela. È una terra che non c’è, un miraggio, una chimera».
Il documentario racconta le storie di chi quel sogno lo ha vissuto davvero, e di chi lo ha visto infrangersi. Le riprese partono da Modica e dalla Sicilia, ma si spingono poi oltreoceano, nei luoghi reali di quelle vite: Caracas, Valencia, Tucupido, Barinas, Maracay, Bejuma, Güigüe.
«Ci aspetta un viaggio ricco di fili da riallacciare e storie che è doveroso recuperare in terre tanto lontane – raccontava Fachin prima della partenza – storie di passioni e lavoro, grandi avventure e fatti umani talmente densi che li si vorrebbe raccontare uno per uno, famiglia per famiglia».
Una Sicilia che sopravvive lontano dalla Sicilia
Durante le riprese, la troupe ha scoperto una Sicilia che, paradossalmente, sull’Isola non esiste quasi più. Un senso di ospitalità antico, una comunità coesa, un orgoglio identitario fortissimo. Nei club italiani, nei centri italo-venezuelani, nelle case degli emigrati, l’Italia – e la Sicilia – continuano a vivere come memoria condivisa.
Emblematica una scena raccontata dallo stesso Fachin: dopo un pranzo abbondante, un capofamiglia dà da mangiare penne al pomodoro ai suoi pappagalli. «Col becco pieno di pomodoro e gli occhi pieni di Sicilia». È lì, in quell’immagine, che si condensa l’essenza di Americazuela.
Dal sogno alla crisi, fino al ritorno
Oggi, con il Venezuela attraversato da una crisi profonda e ora anche da un nuovo conflitto, quella storia sembra chiudere un cerchio. Le risorse che un tempo avevano attratto milioni di emigranti – petrolio, oro, minerali – sono diventate motivo di contesa e instabilità. Come scrive Bongiorno, «le materie prime rischiano di trasformarsi nella tomba di questo Paese».
E così, mentre gli attacchi militari scuotono Caracas e il mondo osserva con apprensione, gli iblei tornano a interrogarsi su quel legame antico. “Americazuela” non è più una promessa di futuro, ma una memoria da custodire, raccontare, comprendere.
Il documentario di Ivano Fachin resta oggi più attuale che mai: non solo un racconto del passato, ma una chiave per leggere il presente. Perché dentro la storia dell’emigrazione iblea in Venezuela ci sono le radici di ciò che sta accadendo oggi: sogni, risorse, potere, speranza. E il destino di uomini e donne che, partiti con una valigia di cartone, hanno costruito un mondo a metà tra due continenti.
GUARDA IL TRAILER DEL DOCUMENTARIO “AMERICAZUELA”

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