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Processo Mare Jonio a Ragusa, sì alle trascrizioni delle conversazioni con Don Mattia Ferrari e un giornalista
12 Mag 2026 22:45
Nuovo passaggio giudiziario nel processo Mare Jonio in corso davanti al Tribunale collegiale di Ragusa. I giudici hanno disposto la trascrizione delle conversazioni intercettate tra Giuseppe “Peppe” Caccia e Don Mattia Ferrari, così come di quelle intercorse con un giornalista, precisando però che eventuali ulteriori valutazioni potranno essere effettuate successivamente qualora emergano profili coperti dal segreto professionale previsto dall’articolo 200 del Codice di procedura penale.
La decisione è arrivata nel corso della lunga udienza celebrata davanti al collegio composto dal presidente Elio Manenti e dai giudici a latere Francesca Aprile e Giovanni La Terra, nell’ambito del procedimento nato dalle operazioni della nave Mare Jonio, imbarcazione gestita dalla ong Mediterranea Saving Humans.
I fatti contestati risalgono al settembre del 2020 e ruotano attorno al trasferimento di circa trenta migranti dalla petroliera danese Maersk Etienne alla Mare Jonio, in acque internazionali, dopo oltre un mese di stallo nel Mediterraneo centrale.
Il nodo del trasbordo dei migranti dalla Maersk Etienne
Secondo la ricostruzione emersa in aula, la Maersk Etienne aveva soccorso un gruppo di migranti alla deriva e li aveva mantenuti a bordo per 38 giorni in attesa di indicazioni per uno sbarco sicuro che Malta non avrebbe autorizzato. La situazione umanitaria sulla petroliera sarebbe progressivamente peggiorata, fino all’intervento della Mare Jonio.
La nave della ong, inizialmente diretta verso Lampedusa, avrebbe poi cambiato rotta dirigendosi verso l’area in cui si trovava la petroliera battente bandiera danese. Secondo la difesa degli imputati, il trasferimento dei migranti avvenne per ragioni esclusivamente sanitarie e umanitarie: le persone soccorse vivevano infatti in condizioni psicologiche e fisiche molto pesanti, con episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio segnalati a bordo.
Diversa invece la tesi sostenuta dalla Procura di Ragusa. Per gli inquirenti il trasferimento sarebbe stato il frutto di un accordo commerciale preventivo tra Mediterranea e la Maersk. Al centro delle contestazioni vi è il pagamento di circa 125 mila euro che, mesi dopo l’operazione, la Maersk avrebbe effettuato nei confronti della Idra Social Shipping, società armatrice della Mare Jonio, formalmente per servizi resi in acque internazionali.
Per la Procura, quel pagamento rappresenterebbe il profitto economico collegato all’operazione contestata.
Gli imputati e le accuse contestate
Sul banco degli imputati siedono Alessandro Metz, rappresentante legale della Idra Social Shipping, Giuseppe Caccia, vicepresidente del consiglio di amministrazione della società e capo spedizione della missione, Luca Casarini, figura storica di Mediterranea ritenuta dagli investigatori centrale nell’organizzazione delle attività della nave, il comandante Pietro Marrone, la dottoressa Agnese Colpani e il soccorritore Fabrizio Gatti.
Per tutti l’accusa principale è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato dal profitto. Per alcuni imputati vengono inoltre contestate presunte violazioni del Codice della navigazione.
Nel corso dell’udienza erano presenti in aula Luca Casarini, Peppe Caccia e Agnese Colpani insieme ai loro difensori Serena Romano e Fabio Lanfranca.
Il confronto in aula sulle intercettazioni
Gran parte dell’udienza è stata dedicata proprio al tema delle intercettazioni e delle trascrizioni richieste dalla Procura. Le difese hanno chiesto l’esclusione di alcune conversazioni ritenute coperte dal segreto professionale, in particolare quelle intercorse con ministri di culto, giornalisti e avvocati.
Sulle conversazioni con giornalisti e legali non vi sarebbe stata una netta opposizione della pubblica accusa. Più articolato invece il confronto relativo ai dialoghi tra Peppe Caccia e Don Mattia Ferrari, sacerdote noto per il proprio impegno nelle missioni umanitarie nel Mediterraneo.
Il pubblico ministero Santo Fornasier ha sostenuto che quelle conversazioni non riguarderebbero aspetti confessionali o spirituali, ma elementi utili alla ricostruzione dei fatti contestati, in particolare il tema della raccolta fondi da parte di Mediterranea Saving Humans in un periodo di difficoltà economica dell’organizzazione.
Secondo il pm, i dialoghi intercettati avrebbero attinenza con “l’esigenza di incassare denaro per una nuova missione e per l’acquisto di una nuova nave”, e quindi con aspetti rilevanti per il processo.
“Il ministro di culto merita protezione in virtù di conversazioni che possano avere attinenza con profili confessionali e non è questo il caso”, ha sostenuto il rappresentante della pubblica accusa durante il dibattito in aula.
Di diverso avviso la difesa. L’avvocata Serena Romano ha sostenuto che Don Mattia Ferrari partecipasse alle attività di Mediterranea proprio nell’ambito del proprio ministero religioso e che dunque le conversazioni sarebbero da ricondurre all’esercizio della funzione spirituale e pastorale.
Anche l’avvocato Fabio Lanfranca ha contestato l’impostazione accusatoria, chiedendo di delimitare il processo ai fatti contestati. “Che tipo di processo dobbiamo fare?”, ha osservato in aula il difensore, sottolineando come Mediterranea si sostenga attraverso donazioni private di soggetti che condividono le finalità umanitarie della ong.
La decisione del Tribunale
Dopo circa un’ora di discussione tra accusa e difese, il Tribunale si è ritirato in camera di consiglio per decidere sulle questioni preliminari.
Alla fine i giudici hanno disposto la trascrizione delle conversazioni tra Peppe Caccia e Don Mattia Ferrari e di quelle con un giornalista, specificando però che il contenuto potrà essere successivamente rivalutato qualora emergano aspetti coperti dal segreto professionale previsto dall’articolo 200 del Codice di procedura penale.
Il collegio ha inoltre disposto la distruzione delle conversazioni indicate dalla difesa e non richieste dalla Procura, così come quella di eventuali dialoghi intercorsi con parlamentari, subordinatamente però all’indicazione dei relativi riferimenti da parte delle parti processuali.
Novanta giorni per le trascrizioni
Nel corso della stessa udienza è stato conferito l’incarico al perito Massimiliano Chiaramonte, chiamato a effettuare le trascrizioni delle intercettazioni depositate dalla pubblica accusa.
Il consulente ha chiesto novanta giorni di tempo per completare il lavoro e depositare gli atti.
Un passaggio ritenuto centrale dalle parti, perché il contenuto delle conversazioni potrebbe assumere rilievo significativo nel prosieguo del dibattimento.
La testimonianza del comandante della Capitaneria di Pozzallo
Dopo il conferimento dell’incarico al perito, il processo è entrato nel vivo con l’audizione del primo teste della pubblica accusa: il capitano di fregata Pierluigi Milella, all’epoca dei fatti comandante della Capitaneria di porto di Pozzallo e oggi in servizio al reparto Sicurezza della Navigazione del Comando generale della Guardia costiera.
L’ufficiale ha ricostruito le dinamiche dell’operazione nel Mediterraneo, soffermandosi soprattutto sugli aspetti autorizzativi e sulle norme che regolano i soccorsi in mare.
Secondo quanto riferito in aula, la Mare Jonio all’epoca disponeva di un certificato di idoneità per unità mercantili fino a 500 tonnellate e per attività non continuative di soccorso. L’imbarcazione, ha spiegato il teste, era autorizzata ad attività di rimorchio, trasporto di carichi in coperta e interventi legati alla rimozione di sversamenti.
Sempre secondo la testimonianza resa davanti al Tribunale, la nave risultava inoltre destinataria di due diffide emesse dalle Capitanerie di Palermo e Trapani riguardanti attività di monitoraggio e ricerca e soccorso in mare.
“I migranti erano in sicurezza sulla Maersk”
Uno dei passaggi più delicati della deposizione ha riguardato proprio la contestazione di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Il comandante Milella ha evidenziato la differenza tra precedenti missioni della Mare Jonio, durante le quali i migranti sarebbero stati recuperati da imbarcazioni in imminente pericolo di vita, e il caso della Maersk Etienne.
Secondo il teste, infatti, i migranti si trovavano già in una condizione di sicurezza a bordo della petroliera danese e il trasferimento sulla Mare Jonio avrebbe costituito un trasbordo tra due navi, effettuato senza preventiva autorizzazione.
L’ufficiale ha inoltre sottolineato che la nave danese, battendo bandiera della Danimarca, costituiva a tutti gli effetti territorio danese. Il trasferimento verso una nave italiana avrebbe quindi richiesto specifiche autorizzazioni.
A sostegno di questa ricostruzione, il teste ha richiamato anche i verbali sanitari redatti allo sbarco a Pozzallo, che secondo l’accusa non evidenzierebbero condizioni sanitarie particolarmente gravi tali da giustificare un intervento urgente.
La rotta della Mare Jonio e i dubbi dell’accusa
Tra gli elementi approfonditi dalla Procura vi sono anche i tracciati di navigazione della Mare Jonio.
Secondo quanto emerso in aula, la nave avrebbe inizialmente mantenuto una rotta coerente con la direzione verso Lampedusa, salvo poi effettuare una brusca deviazione verso Malta già alcune ore prima della richiesta ufficiale di assistenza sanitaria avanzata dalla Maersk Etienne.
Un dettaglio che, secondo l’accusa, potrebbe rafforzare l’ipotesi di un coordinamento preventivo tra le due imbarcazioni.
L’udienza si è conclusa con il rinvio del controesame richiesto dalle difese, considerate la complessità tecnica e la mole degli argomenti affrontati nel corso della deposizione.
Il processo tornerà in aula il prossimo 20 ottobre, quando verrà sentito il perito incaricato delle trascrizioni delle intercettazioni e proseguiranno il controesame del teste da parte delle difese e della parte civile costituita dal Ministero dell’Interno. Prevista inoltre l’audizione di un altro appartenente alla Capitaneria di porto di Pozzallo. Foto di repertorio
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