C’è un Sandokan in ognuno di noi. E ha 90 anni

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Chi non ha cantato la sigla dentro di sé? Chi non ha provato l’impulso di impugnare il telecomando e zompare contro l’invisibile e tuttavia temibile tigre della Malesia nel cuore del salotto? Forse ha ragione Fiorello quando, vestito da Sandokan, confessa: “Can Yaman mette in crisi la mia eterosessualità.”

Yes. Sandokan con Can Yaman è un successo che dimostra che la TV di qualità non muore mai.

Il nuovo Sandokan ha dimostrato che, quando la Rai punta su prodotti curati, il pubblico risponde con entusiasmo. L’esordio su Rai1 – 6,2 milioni di spettatori e il 33% di share – smentisce ancora una volta l’idea che la TV generalista sia superata dalle piattaforme, mostrando che la frammentazione dell’offerta rende questi numeri ancora più significativi rispetto alle audience monolitiche degli anni Settanta.

Il confronto con la storica versione del 1976 è quasi obbligato, pur non avendo senso: l’epoca di Kabir Bedi era quella dei tre canali, mentre oggi lo spettatore ha a disposizione un universo di alternative digitali. Non occorre essere psicologo per capirlo: la nuova serie punta su una nostalgia dichiarata, provando ad attirare sia chi ricorda il mito salgariano, sia chi lo incontra per la prima volta.

La scelta di Yaman è stata soprattutto di marketing: attore amatissimo dal pubblico delle soap, qui beneficia del doppiaggio di Adriano Giannini che lo rende più credibile sul piano interpretativo. Accanto a lui, Alessandro Preziosi e un cast internazionale conferiscono solidità e riconoscibilità al progetto, che resta fortemente incentrato sul fascino della “tigre della Malesia”.

La Rai negli ultimi anni ha costruito una strategia vincente proprio grazie alle produzioni ad alto budget e alla leva nostalgica, come dimostrato da titoli quali “Il Conte di Montecristo”. E … “Goldrake”. Anche Sandokan si inserisce in questa linea, proponendo un’avventura dal sapore classico, lontana dai linguaggi più moderni delle piattaforme. È una scelta precisa: niente revisionismo storico, niente sovvertimento del mito, ma un racconto tradizionale che sembra fatto apposta per il pubblico Rai.

Il successo, però, dovrà confermarsi con la seconda puntata: il vero banco di prova sarà capire se l’attenzione resisterà oltre l’effetto nostalgia e la curiosità iniziale. Per ora, ciò che emerge è che prodotti curati e di alto livello riescono ancora a catalizzare l’interesse collettivo: 6 milioni di spettatori sono un risultato sempre più raro, segnale che la qualità, quando c’è, viene riconosciuta. 

E io modestamente la riconobbi. Se non altro perché per una sera sono tornato fanciullo come la Perla di Labuan. E ho fatto un salto contro l’inesorabile tigre del tempo. La celeberrima tigre della Malora.

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