Viaggiare ai tempi delle guerre: la geografia della paura

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

C’è stato un tempo in cui, prima di partire, controllavamo il meteo. Oggi controlliamo le mappe geopolitiche. Il turista contemporaneo non si chiede più soltanto se troverà pioggia a Parigi o vento a Barcellona, ma se il suo volo passerà troppo vicino a un conflitto, a uno spazio aereo chiuso o a una “zona sensibile”.

Negli ultimi anni la guerra è tornata a essere una presenza costante nelle nostre conversazioni quotidiane: Ucraina, Medio Oriente, Iran. E così, lentamente, ha iniziato a infiltrarsi anche nei pensieri più domestici: quelli delle vacanze, delle gite scolastiche dei figli, dei weekend improvvisati. Non è una paura sempre razionale, ma è una paura reale.

Le agenzie di viaggio lo confermano: circa il 70% dei clienti manifesta timori legati all’escalation dei conflitti e molti modificano itinerari o destinazioni proprio per questo motivo. 

La paura non è tanto di ciò che accade nel luogo di arrivo, quanto di ciò che potrebbe accadere lungo il percorso.

L’aeroporto, simbolo per decenni della libertà contemporanea, è diventato un luogo psicologicamente ambiguo. Da una parte resta la porta del mondo; dall’altra è percepito come il punto in cui la globalizzazione mostra tutta la sua fragilità. I monitor dei voli non segnalano solo ritardi o gate: raccontano indirettamente le tensioni del pianeta.

Le rotte aeree, per esempio, sono cambiate davvero. Dopo l’invasione dell’Ucraina molti voli tra Europa e Asia hanno dovuto deviare, aggirando lo spazio aereo russo o passando su corridoi più lunghi, con un aumento medio del consumo di carburante superiore al 13%. 

In altre parole: la geopolitica ha piegato il cielo.

Negli ultimi mesi, con l’escalation in Medio Oriente e il conflitto che coinvolge l’Iran, alcune aree dello spazio aereo sono state chiuse, causando cancellazioni di massa e milioni di passeggeri bloccati. 

È difficile non immaginare la propria valigia in mezzo a questo scenario.

Dal punto di vista psicologico, questo fenomeno ha un nome semplice: ansia anticipatoria. Non temiamo ciò che sta accadendo, ma ciò che potrebbe accadere mentre siamo lontani da casa. Il cervello umano non ama l’incertezza, e le guerre contemporanee — diffuse, mediatiche, imprevedibili — sono il suo peggior incubo.

La paura diventa ancora più concreta quando riguarda i figli. Le gite scolastiche, che una volta si giudicavano in base alla qualità del museo o della pizza serale, oggi vengono valutate con una domanda nuova: “Ma è una zona tranquilla?”. Anche se si tratta di città italiane.

In Sicilia, per esempio, il paradosso psicologico è evidente. L’isola è percepita come periferica e quindi protetta. Eppure, proprio per la sua posizione nel Mediterraneo, è vicina a rotte strategiche, basi militari e corridoi aerei internazionali. Nulla che trasformi la regione in un luogo pericoloso, ma abbastanza da alimentare l’immaginazione. Ed è qui che entra in gioco l’ironia involontaria della mente umana: temiamo rotte invisibili sopra le nuvole, ma poi attraversiamo senza pensarci troppo una strada trafficata o guidiamo stanchi dopo otto ore di lavoro.

La verità è che viaggiare non è diventato necessariamente più pericoloso. È diventato più consapevole. Le persone controllano gli scali, leggono le mappe dei conflitti, consultano siti diplomatici prima di prenotare.

In fondo, l’essere umano ha sempre viaggiato anche nei tempi più instabili. La differenza è che oggi partiamo con una quantità di informazioni che i nostri nonni non avrebbero nemmeno immaginato.

E il problema delle informazioni è che non si limitano a informarci: spesso ci inquietano.

Così prepariamo la valigia con una strana miscela emotiva: entusiasmo, prudenza e una lieve sensazione di attraversare un mondo più fragile.

Ma forse è proprio questo il paradosso finale del viaggio moderno: partiamo con più paura, e proprio per questo — quando atterriamo — ci sentiamo un po’ più vivi.

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