TRIZZI RI FICUSICCHI

La sera prima del giorno Morti, in passato, ai bambini veniva chiesto di lasciare un paio di scarpe davanti alla porta di casa perché appunto le anime dei trapassati avrebbero fatto trovar loro magiche sorprese. Si trattava di regalie per lo più di tipo alimentare, anche se,  a volte, i più fortunati trovavano perfino giocattoli confezionati a mano. Spesso la festa consisteva nella ricerca di un cannisciu che veniva nascosto dalla mamma. Il cesto raccoglieva cose buone da mangiare:  frutta secca, castagne e infine i passuluna co piricuddu (fichi essiccati). Ma la cosa più tipica che i bambini trovavano era “a trizza re ficu sicchi”. La madre e le sorelle maggiori confezionavano una treccia con i fichi essiccati, servendosi della raffia per la corda che poi regalavano ai più piccoli. Anche Giovanni Verga in un lungo racconto, La festa dei morti, ci parla della tradizione della festa dei morti: “… le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti”.

È un’usanza antica quella di regalare i dolci dei morti. Nelle case più ricche, la mamma aiutata dalla “Monaca di casa” preparava,  un paniere ricco di dolci di Martorana confezionati in forma di frutta con mandorle e zucchero e poi melograni, e castagne: i frutti di stagione, quelli veri. I bambini al mattino andavano alla ricerca di questo paniere nascosto a dovere e la festa consisteva proprio nella ricerca del tesoro. A Modica fino a qualche anno fa era tradizione gustare i dolci dei morti confezionati dalle suore del Convento delle Benedettine. Si tratta di un convento di suore di clausura sito in uno dei colli che circondano la città. Spinti dalla curiosità di saperne di più suoniamo al campanello del convento ad accoglierci suor Maria Letizia. È una donna non minuta, dai lineamenti forti, ci si aspetta un tono di voce deciso, poi stranisce il suo tono pacato, non un sussurro ma un suono delicato e un vago sorriso le illumina il volto la cui età rimane un mistero. Il suo è l’abito tipico delle suore di quest’ordine, nera la tunica, nero lo scapolare, nero il velo, ma un soggolo bianco le incornicia il viso. Parla attraverso una gabbia che la separa dal mondo. “Siamo monache benedettine, quindi manteniamo secondo la Regola di S. Benedetto, la tradizione del lavoro e dell’accoglienza che comportano un certo contatto con l’esterno. Tuttavia osserviamo la clausura che è un mezzo per cercare di preservare la vita delle suore dalla dispersione e favorire la ricerca di Dio”.

Le chiediamo dei dolci, prodotto tipico del convento: “fino a pochi anni fa una sorella si occupava dei dolci dei morti. Insieme a lei due sorelle confezionavano i dolci che le famiglie richiedevano su ordinazione. Oggi non più, la sorella che aveva questo compito è anziana e non ce la fa più, nessuna di noi  ha seguito questa tradizione. Siamo in 21 ma nessuna sa più farli. Oggi il nostro laboratorio funziona solo per il confezionamento delle ostie. I nostri dolci erano ricercati perché erano morbidi in quanto erano fatti solo con le mandorle ed è per questo che costavano tanto”. Andiamo via con un vago senso di quiete interiore, i rumori della città riconducono al mondo. ma quale era il piatto caratteristico della festa dei morti? A rispondere è la signora Maria B.: “u maccu cche favi” ci spiega che si cucinava quello che c’era ma u maccu non mancava mai. La signora Maria, il cui viso dichiara l’età avanzata, con estrema lucidità in barba ai suoi 92 anni, ricorda  tratti del Rosario dei Morti. Una strofa in particolare racchiude l’intero senso della ricorrenza: “tu figghiu chi nun pienzi e dici ch’hai a ta patri ittatu nta du fuocu!”. Ricorda ai figli l’obbligo di pregare per i padri che giacciono in attesa del giudizio di Dio..

 

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