IL PIANO PAESAGGISTICO DEVE TUELARE CIO’ CHE RESTA DEL TERRITORIO

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Sono mesi che, su vari episodi, denuncio il grave tentativo di accentramento della politica regionale sul territorio ragusano condotto in forma spregiudicata da una regia precisa che ostenta un vero processo di colonizzazione ai danni della provincia di Ragusa. Cercherò di fare un’analisi attenta attraverso un ragionamento che, purtroppo, ha una sua preoccupante logica.
E’ chiaro che il Piano Paesistico ha una sua valenza come strumento primario in grado di regolare le attività produttive nell’ottica della tutela del territorio e come tale nessuno può esserne contrario; così come è chiaro che dobbiamo entrare nell’idea di lasciare, ai nostri figli, qualche metro quadrato di campagne vergini e non lottizzate all’esasperazione: non si può continuare a costruire a valle e a mare come se fossimo dinanzi ad un aumento spropositato della popolazione. Così, infatti, non è, la popolazione di Ragusa si aggira sempre attorno ai 72.000 abitanti, ma il costruito della nostra comunità sarebbe in grado, già adesso, di ospitare almeno 150.000 persone. E d’altra parte, la prova è che centinaia e centinaia di alloggi sono vuoti e costruttori e privati hanno grosse difficoltà a vendere: il mercato dell’edilizia è saturo, si pensi piuttosto a riqualificare l’edilizia esistente.
Il Piano Paesistico dovrebbe perciò tutelare quel che rimane del nostro territorio, cercando di proteggerlo dagli attacchi della speculazione edilizia, del fotovoltaico industriale e da quello delle estrazioni petrolifere che, invero, potrei capire se davvero la collettività iblea ne traesse una congrua e diretta convenienza economica: la famosa fiscalità di vantaggio di cui tutti parlano, ma che nessuno è mai riuscito ad ottenere. Sono convinta che svendiamo il nostro territorio e lo svendiamo male.
A tutto ciò, se siamo noi a sceglierlo, siamo noi, sbagliamo ma siamo noi: non si può certo permettere che, con dei vincoli rigidi inseriti in una norma da chi è estraneo al nostro territorio, si possa mettere in ginocchio l’economia di una provincia minando anche al settore agricolo, zootecnico, industriale e turistico.
Di fatto è quel che succede nel momento in cui, in nome della “tutela del territorio” si attuano processi atti a bloccare o rendere quasi impossibile la crescita dello sviluppo economico, sociale e culturale di una comunità che, con precise direttive calate dall’alto, si vede spostare l’asse della propria volontà d’investimento: il primo effetto negativo, che ricade sul nostro territorio per effetto delle norme di salvaguardia scattate a seguito dell’approvazione unilaterale del decreto di attuazione del Piano Paesistico della nostra provincia da parte della Regione, lo abbiamo visto e subito con le proteste forti dei lavoratori della Enimed che stava per iniziare le attività di perforazione nei pozzi di Tresauro.
Se la logica è quella di produrre masse di disoccupati, di piccole medie imprese che falliscono, di aziende agricole e zootecniche che non possono migliorarsi, con evidenti drammatiche ricadute sul territorio, noi non ci stiamo.
Se a tutto questo aggiungiamo i 700 precari della scuola “licenziati” in provincia di ragusa in soli due anni a fronte di un taglio molto più leggero che in proporzione ha subito la provincia di Catania o di Palermo; se consideriamo il disegno di legge che prevede lo smantellamento della nostra ASI, con un presunto accorpamento con quella di Catania; se pensiamo al destino del nostro aereoporto di Comiso destinato a soccombere agli interessi di quello Catanese; se ripensiamo che persino il Parco degli Iblei(stessa metodologia del piano paesistico) vedrà l’ente Parco di appartenenza siracusana; se ci ricordiamo del distretto culturale del sud-est che prevede la sede legale a Siracusa; se pensiamo alla realtà della nostra Università, anche in prospettiva del 4° polo, da sempre succube del potente Ateneo di Catania; se, ancora, vogliamo ripensare a certi
immotivati e ripetuti commissariamenti, come l’ultimo relativo all’ASI, come quello incredibile delle Oper Pie, o come quello prevedibile dello IACP( ricordo che lo IACP della provincia di Ragusa era l’unico ,in Sicilia, non commissariato, forse in forza della Presidenza di matrice MPA, che adesso passa al PdL) ; basti pensare, per ultimo alle grandi infrastrutture di collegamento della nostra provincia con quella di Catania, Siracusa o Palermo, determinandone un isolamento anche geografico: è chiaro che esiste in atto un processo di colonizzazione della nostra provincia, che mira all’indebolimento politico e all’impoverimento economico e sociale di un territorio che si vuole tenere a testa bassa e sotto l’egemonia della regione siciliana. A fronte di tutto ciò, la nostra classe politica, sindacale e di categoria deve prendere atto di tale debolezza e del gioco al massacro che si attua nei confronti della comunità iblea e deve adottare le misure necessarie, soprattutto politiche, affinchè la Provincia di Ragusa riconquisti il rispetto e lo spazio che merita: non possiamo essere artefici passivi di tale declino, ma neanche complici silenti di una prepotente azione di appropriamento del nostro territorio e della sua voluta involuzione.



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