“IL LIBRO DEI SOGNI” DI ANGELO GUASTELLA

Si inaugura sabato 5 dicembre 2015, alle ore 18.00, presso il Museo della Cattedrale di Palazzo Garofalo a Ragusa, la mostra Il libro dei sogni, catalogo Aurea Phoenix Edizioni, a cura di Andrea Guastella. L’esposizione, realizzata col patrocinio del Comune di Ragusa, è un’antologica di Angelo Guastella, il “pittore dei sogni”, ed accoglie lavori compresi dal 1960 ai nostri giorni.

Dal testo in catalogo di Andrea Guastella: “Ricordo, da bambino, mio padre che, appena sveglio, sfogliava le pagine di un volume giallognolo, gualcito e dalla copertina sfilacciata dal frequente compulsare, Il libro dei sogni. Cercava di analizzare nel dettaglio ciò che, sfuggendo al suo controllo, aveva visto e sentito rigirandosi nel letto.

Di notte il mondo cambia. Io, per me, sogno la casa natale più grande, bella e misteriosa di quanto sia mai stata. Talvolta le immagini ricorrono, come a volersi vestire di una parvenza di reale; talaltra, un vento impetuoso solleva la polvere dei turbamenti che, alla luce del sole, un’importuna domestica si era affrettata a nascondere sotto la coltre della coscienza.

Di notte nessuno è al sicuro. Possono verificarsi cose orribili, come soffocare o incontrare fantasmi o rimanere intrappolati in una barca senza chiglia. Possono anche accadere eventi al limite del comico – la percezione è variabile in quanto soggettiva – come ripetere all’infinito un esercizio di matematica o una versione di greco. Può infine capitare di abbandonare a tal punto lo spazio e il tempo da entrare una seconda volta nel grembo della madre per nascere a un’esistenza rinnovata.

Un giorno, per scrupolo di fede, mio padre gettò via il libro dei sogni. Credo avesse intuito che i sogni vanno sì vissuti, magari raccontati: solo interpretarli puntualmente, a meno di non farlo per mestiere, serve a poco. Del resto, persino quando al mattino non ricordiamo più nulla, possiamo dedurre dal nostro umore quali casi ci siano toccati. In pochi, ahimè, hanno il potere di restituirci il messaggio dei sogni; evocare un sogno è come tradurre: una parte del senso va sempre smarrita. Quando però ci si riesce, l’immagine emana un’attrazione soggiogante.

Giusto per fare un esempio, mio fratello Giovanni è così preso dalla pittura di Angelo Guastella da non essere quasi più capace di apprezzare dipinti di altri artisti. Si ritrova, a voler fare i maligni, tra le foto di famiglia: Angelo, come il cognome non nasconde, è nostro cugino, e i luoghi dei suoi quadri, specie quelli agresti, riescono a me e alla mia cerchia giocoforza familiari.

E tuttavia la sua pittura va molto oltre i confini di una privata cartografia. I suoi simboli rimandano a una costellazione universale. Potremmo anzi dire che è proprio l’ostinato concentrarsi su un campionario ristretto a garantire l’autenticità della visione. Angelo non inventa nulla. Si limita a trasferire sulla tela i sogni e gli incubi fatti a partire dalla sua remota infanzia (l’artista, nonostante non li dimostri affatto, ha da poco compiuto gli ottant’anni).

Un’infanzia bruscamente interrotta all’età di undici anni quando, insieme ai due fratelli, venne condotto a Catania in collegio dai Salesiani. Sin da allora il disegno è stato per lui una pratica costante, consolidatasi con il trasferimento a Palermo cinque anni più tardi e l’iscrizione a un liceo artistico di quella città, dove la guida di bravi maestri e lo stimolo dei compagni lo indussero a partecipare ad alcuni concorsi di pittura.

Al primo, rammenta, presentò due dipinti a tempera dal titolo Vecchiaia: erano nudi femminili color seppia, molto sfumati. Per un’altro realizzò a olio su carta dei volatili dai colori vivaci su fondo bianco. Correva l’anno 1955-1956: mancava ancora la chiave di lettura, ma i soggetti iniziavano poco a poco a delinearsi.

Un primo orientamento estetico e contenutistico si precisa con la prima personale presso la Galleria Il Convegno di Ragusa del 1960. Si tratta di pastelli a cera, uno dei quali è compreso in questa mostra, realizzati mediante la tecnica del graffito.

La materia è fiabesca, l’atmosfera irreale. Il pensiero corre subito ai piccoli mondi animati di Paul Klee, ma secondo una declinazione vagamente angosciata, che l’artista stesso non è in grado di spiegare: a quell’epoca nella sua vita tutto filava liscio come l’olio. Abbeverandosi alle sorgenti dell’inconscio l’arte aveva, evidentemente, anticipato ciò che non si scorgeva, ma era già lì.

Seguiranno effettivamente tempi duri: Angelo, laureatosi, si sposa e inizia a lavorare, ma il matrimonio non funziona e la fiaba dei primi pastelli si converte in esplicita oppressione: neri pipistrelli solcano campi desolati dove giacciono sedie in abbandono. Il paesaggio diventa artificiale e gli unici esseri con parvenza di vita hanno l’aspetto dei manichini di Fiume o di ibridi mostruosi.

Inizia un periodo buio, apocalittico: la sofferenza personale si amplifica in tragedia collettiva. Bisognerà attendere il 1978 per imbattersi in una figura femminile vistosamente incinta che procede lungo le verdi pianure, ma con lo sfondo di enormi pesci aggressivi.

Sebbene i colori tendano a schiarirsi, i sonni di Angelo, come quelli del Buzzati del Poema a fumetti, non sono a quest’altezza del tutto tranquilli. Accade ancora di incontrare uomini-oggetto che affondano tra i simulacri delle rispettive passioni o una donna dai lunghi capelli che, guardandosi allo specchio, scopre di essere un pesce disgustoso.

Lentamente – siamo intorno alla metà degli anni Ottanta – le file di palazzi in prospettiva cedono il passo a vicoli e a morbide colline: appartengono alla campagna di San Giacomo e alla vecchia Ragusa in cui l’artista, riconciliato con se stesso, può tornare idealmente ad abitare.

È forse questa la stagione d’oro di Angelo, di sicuro, come attesta il catalogo, la più ricca e produttiva.

Vi ritroviamo quasi tutti i motivi topici dei periodi precedenti: scale, sedie, orologi, farfalle, fanciulle, fiori in bottiglia, aerei giocattolo, pesci volanti, ombrelli, valli vegliate dall’immancabile casetta, strade semideserte, stanze aperte.

Il pittore – da buon architetto – procede alla ricostruzione sistematica di un habitat terremotato dai suoi drammi esistenziali.

Intorno al 1995 compare una maschera simile a Pulcinella o Arlecchino, crepuscolare come certi saltimbanchi di Picasso ma dolce, pacificata, a tratti metafisica.

La fantasia onirica interrotta dal primo matrimonio nel 1967 – Angelo si sposerà una seconda volta nel 1985 – e proseguita con alterne vicende nei lustri successivi, ritorna più ricca e variegata.

Le tinte, per quanto l’ambientazione notturna predomini sempre (parlando di sogni, sarebbe strano il contrario) si sono fatte vivaci.

A ferite dell’animo lenite, l’alter ego dell’artista può infine danzare abbracciato alla sua donna, così leggero, come gli amanti di Chagall, da non toccare il suolo. Oppure può incamminarsi, viandante solitario, lungo i sentieri della vita.

Verso dove? Quale melodia intonano la donna nuda e gli altri musici vestiti da preti? Da quale pioggia si ripara quel nugolo di ombrelli magrittiani? E cosa mai avranno da discutere a quartara, a scutedda, a bummula, u scaffamanu, u cannisciu, u scaniaturi, u cufinu, u sicciu e u panaru riuniti in un cerchio fatato?

I sogni, l’ho già detto, non si spiegano. Per cavarci qualcosa non rimane – colmi di gratitudine per il dono ricevuto – che sognarli a nostra volta.”.

 

Nato a Ragusa nel 1935, Angelo Guastella è architetto, arredatore, caricaturista, grafico e pittore da sempre. Personalità estremamente riservata, ha anche scritto un libro di poesia, Farneticando ma non troppo, distribuito privatamente agli amici nel 2005, e il racconto fantastico Eode (2008). Della sua opera pittorica si sono occupati, tra gli altri, Domenico Cara, Giuseppe Frosini, Enzo Leopardi, Giovanni Occhipinti e Wanda Poletti. Vive e lavora a Ragusa.  

 

Info: Andrea Guastella, cell: 338.3481602

mail: andreguast@yahoo.com

 

 

 

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