I vecchi distruggono il mondo. Non i giovani con i cellulari

La rubrica dello psicologo a cura di Cesare Ammendola

La delusione che affiora in questi giorni non è soltanto una reazione emotiva individuale: è il segnale di una frattura più profonda tra le promesse della modernità e la realtà che percepiamo. L’idea che, nel 2026, un essere umano possa evocare la minaccia nucleare per annientare intere civiltà non appartiene solo alla cronaca geopolitica, ma tocca corde archetipiche della psiche collettiva: la paura dell’annientamento, il senso di impotenza, l’ombra junghiana che riaffiora quando la razionalità sembra fallire.

In questo scenario, dire che la psicanalisi “non basta più” significa riconoscere un limite: non tanto della disciplina in sé, quanto della sua capacità di incidere su dinamiche macrosociali che sfuggono al singolo. La psicanalisi esplora l’inconscio, ma non può, da sola, contenere le derive distruttive che emergono quando il potere si combina con narcisismo, paranoia e regressione collettiva. 

Ci troviamo davanti a un cortocircuito tra sviluppo tecnologico e maturità emotiva, in cui l’umanità dispone di strumenti immensi senza aver consolidato adeguati dispositivi interni di responsabilità.

Eppure, il discorso pubblico tende a spostare l’attenzione altrove. Si costruisce una narrazione rassicurante, quasi difensiva: il problema sarebbero i giovani, descritti come fragili, dipendenti dallo smartphone, privi di valori. Questa rappresentazione funziona come un meccanismo psicologico di proiezione. Attribuire alle nuove generazioni la causa del disagio consente agli adulti di evitare un confronto più scomodo: quello con la propria responsabilità storica.

Se osserviamo con lucidità, emerge un paradosso evidente. Coloro che oggi detengono il potere decisionale, economico e culturale sono cresciuti in contesti educativi spesso definiti “solidi”, privi di social network, caratterizzati da regole chiare e strutture familiari più rigide. Eppure, è proprio questa generazione ad aver costruito (o quantomeno non impedito) un mondo attraversato da crisi sistemiche, disuguaglianze e tensioni estreme. Non si tratta di un’accusa, ma di un dato che invita a riconsiderare le semplificazioni nostalgiche.

Idealizzare il passato è un’altra forma di difesa psichica: una regressione che offre conforto, ma distorce la realtà. Ogni generazione porta con sé luci e ombre. I giovani di oggi, spesso criticati, sono anche portatori di sensibilità nuove: maggiore attenzione ai diritti, alla salute mentale, all’ambiente. La loro presunta fragilità può essere letta, in chiave psicologica, come una maggiore consapevolezza emotiva, non come un difetto.

Il problema, allora, non è stabilire quale generazione sia “migliore”, ma interrogarsi su come si trasmettono valori, responsabilità e capacità di pensiero critico. Quando il dibattito si riduce a slogan (amplificati da dinamiche di consenso come i “like”) si perde la complessità necessaria per comprendere il presente. Si crea una comunità apparente, fondata sull’approvazione reciproca, che rafforza convinzioni preesistenti invece di metterle in discussione.

La vera questione psicologica è forse questa: siamo disposti a tollerare l’angoscia che deriva dal riconoscere i nostri limiti come società adulta? Oppure preferiamo difenderci attraverso narrazioni che ci assolvono, individuando capri espiatori più facili? Solo attraversando questa tensione, senza negarla, possiamo recuperare un senso di responsabilità condivisa.

Consegnare un mondo migliore ai propri figli non è un’eredità garantita dalla storia o dalle alleanze politiche. È un compito che richiede consapevolezza, autocritica e la capacità di non cedere alla tentazione di semplificare. In fondo, la maturità psicologica di una società si misura proprio da questo: dalla disponibilità a guardarsi allo specchio senza distogliere lo sguardo.

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