I protestati iblei sono diminuiti dell’ottanta per cento. Ma è davvero una buona notizia?

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Per molti giovani una cambiale è ormai quasi un oggetto del passato e anche l’assegno si vede molto di rado. I numeri dell’Istat mostrano quanto sia cambiato, in poco più di dieci anni, un pezzo dell’economia quotidiana anche in provincia di Ragusa.
Nel 2013 da noi risultavano 2.551 soggetti protestati: 2.084 persone e 467 imprese. Nel 2024 sono diventati 515: 346 persone e 169 imprese. In undici anni la riduzione è stata del 79,8%.
Non è stato un crollo improvviso. Nel 2014 i soggetti protestati erano già scesi a 1.975, nel 2015 a 1.558, nel 2017 a 1.130. Nel 2019 erano 835. Poi è arrivato il biennio della pandemia, che va letto con particolare cautela per gli interventi straordinari adottati in quel periodo: 508 soggetti nel 2020 e 568 nel 2021. Dal 2022 il dato si è stabilizzato su livelli molto più bassi rispetto al passato: 566, poi 552 nel 2023 e infine 515 nel 2024.
Anche l’ultimo dato, dunque, indica una diminuzione. In un solo anno le persone protestate sono passate da 374 a 346 e le imprese da 178 a 169. Complessivamente il calo è stato del 6,7%, più consistente di quello registrato nel complesso della Sicilia, dove persone e imprese protestate sono passate da 6.569 a 6.288, circa il 4,3% in meno.
In termini assoluti, nel 2024 Palermo conta 1.870 soggetti protestati, Catania 1.047, Messina 757, Siracusa 711 e Agrigento 533. Ragusa, con 515, è sesta, davanti a Trapani, Caltanissetta ed Enna. Una graduatoria da leggere tenendo conto, naturalmente, delle differenti dimensioni demografiche ed economiche delle province.


Ma il punto forse più interessante è un altro: meno protesti significa che famiglie e imprese stanno economicamente meglio? Non è proprio così. È cambiato anzitutto il modo in cui paghiamo e ci finanziamo. Nel 2024, ricorda l’Istat utilizzando i dati della Banca d’Italia, le carte rappresentano il 73,4% dei pagamenti diversi dal contante; bonifici e disposizioni di incasso il 26,2%. Agli assegni resta appena lo 0,4%. Gli assegni bancari emessi sono diminuiti del 76,8% rispetto al 2013. Il declino dei protesti accompagna quindi anche la progressiva scomparsa degli strumenti che possono generare un protesto.
Certo, cambiali e assegni non sono scomparsi. Nel 2024 in Italia sono stati iscritti nel Registro informatico 222.999 protesti: quasi nove su dieci erano cambiali. E l’Istat osserva che il protesto continua ad avere un significato economico e sociale, soprattutto per persone e imprese che hanno difficoltà ad accedere alle forme ordinarie di finanziamento o al credito digitale.


È questo il paradosso che raccontano i dati ragusani. Dal 2013 al 2024 i soggetti protestati sono diminuiti di quattro quinti, persino più del calo nazionale, pari al 75,1%. Ma sarebbe sbagliato trasformare quel -79,8% in un certificato di buona salute dell’economia locale. E’ soprattutto la fine di un’epoca. Per decenni assegni e cambiali sono stati una presenza abituale nei rapporti tra commercianti, aziende e famiglie e il bollettino dei protesti era osservato quasi come un termometro dell’economia. Oggi quel termometro misura una parte molto più piccola della realtà.

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