FRANCESCO DI DONATO E LA RINASCITA DELLO STATO


Un cronista sportivo direbbe “esordio col botto”. Tale è stato l’esordio pubblico dell’Associazione Culturale “Itinerari” che sabato scorso ha invitato nei locali della Libreria Mondadori di Ragusa il professore Francesco Di Donato, ordinario di Storia delle Istituzioni Politiche alla Università Parthenope di Napoli.

Dopo oltre trenta anni di questo lavoro, confesso che forse per la prima volta ho serie difficoltà a riferire quanto l’accademico ha detto al folto pubblico ragusano in merito al suo ultimo libro: “La rinascita dello Stato”, edito da Il Mulino. Introdotto dal suo collega di Scienze della Politica Francesco Raniolo, lo studioso di istituzioni politiche ha parlato per quasi due ore senza che non solo nessuno abbandonasse il consesso, ma senza che ci fossero anche solo cenni di noia o di incomprensione. Dotato di eccezionale verve dialettica, Di Donato ha non soltanto spiegato con chiarezza esemplare lo sviluppo storico della istituzione statale, ma anche inframmezzato con una serie incredibile di citazioni alte, da storiche a politiche, da sociologiche a financo artistiche.

Del resto, lui stesso aveva avvertito in premessa che pur trattandosi di professore universitario, non sopporta i suoi stessi colleghi che, per darsi un contegno che secondo l’opinione comune è quello tipico dell’accademico, usano frasi e concetti difficilissimi per spiegare cose semplici. “Io vorrei riuscire nell’inverso – ha detto Di Donato – ovvero far capire con frasi semplici concetti che a volte sono anche complicati”.

E da quel momento in poi due ore di ininterrotto fluido scorrevole e soprattutto comprensibile discorso sulla istituzione statale, sulla “statualità”, sui rapporti tra lo stato (fosse esse rappresentato anche dal Re o da una parlamento) e la magistratura. Di Donato mi ha costretto a riempire di fine scrittura oltre dieci pagine di taccuino, e perciò ammetto la mia sconfitta e ai miei quattro lettori riferisco solo di un passaggio, certamente tra i più interessanti, dell’intero intervento dell’accademico partenopeo, il passaggio relativo alla clamorosa smentita di tre famosissimi modi di dire, diventati universali e dal preciso significato che però, come Di Donato ha chiaramente dimostrato, non hanno alcun riscontro con la realtà storica. Eccoli.

Il primo è il celeberrimo “Parigi val bene una messa”, celebre frase pronunciata dal Re Enrico quarto. “Mai detto nulla di tutto questo – ha spiegato Di Donato – e nemmeno qualcosa che possa assomigliarli. Ancora più clamoroso è il caso della frase attribuita a Machiavelli, ovvero il fine giustifica i mezzi. A leggere bene l’opera del grande Niccolò – spiega Di Donato – si scopre che la frase ha tutto altro significato e, sostanzialmente, si raccomanda al principe di puntare al male se si vuole fare del bene e poi, come ultimo e clamoroso esempio, c’è la famosa frase del re Luigi quattordicesimo al quale viene attribuito l’ormai proverbiale detto “lo Stato sono io”. Il sovrano francese – rivela l’accademico – in realtà ha detto “le roy pass, l’Etat rest”, che significa esattamente il contrario”.

Nella raffica di citazioni e riferimenti tutti pertinenti, Francesco Di Donato ha più volte toccato lo spinoso argomento del conflitto politica-magistratura. Conflitto che è vecchio molto più di quanto si possa immaginare. Conflitto sorto prepotente certamente nel ‘700 francese, prima della Rivoluzione ma che non trova soluzione nemmeno con la rivolta “illuminista” ed “encliclopedista” che, anzi, attizza lo scontro con il potere dei magistrati. Tra i tanti esempi fatti a proposito delle istituzioni statali votate al giudizio e alla conseguente pena per i colpevoli, Di Donato ha citato l’esempio del Sinedrio ebraico, per il quale un imputato può essere o condannato oppure assolto alla luce delle prove emerse durante il processo. Ma c’è un caso, invero singolare, di assoluzione che si registra quanto tutti e venti i giurati, anonimamente, giudicato colpevole l’imputato. In quel caso il condannato viene assolto, perché si sostiene, da parte delle istituzioni ebraiche, che un giudizio tanto omogeneo deve necessariamente far sorgere il legittimo dubbio sulla stessa colpevolezza dell’imputato, che viene quindi assolto.

Ultima e molto significativa citazione colta tra le tante del professor Di Donato (confesso: non ho colto l’autore citato, ma poco importa). Nell’ambiente dei giuristi e degli storici delle istituzioni gira molto e da molto: “è meglio il più corrotto dei governi politici che il più onesto dei governi dei giudici”.

 

 

 

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