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DOPO I CHIARAMONTE I CABRERA: HIC SUNT LEONES LI RICORDA A TUTTI NOI
03 Gen 2011 15:12
Sono trascorsi esattamente 660 anni dalla nascita di Bernat Cabrera (10 agosto 1350 a Hostalrich in Catalogna) e sarebbe il caso di ricordarlo.
Poiché dalle nostre parti non è di moda ricordare i grandi personaggi della nostra storia, prendo io questa felice – per me almeno – incombenza e su queste colonne voglio ricordare solo che il Conte di Modica è all’inizio di quella dinastia (ma senza dimenticare i meriti di chi lo precedette, ovvero gli odiati nemici Chiaramonte) che governò la Contea di Modica fino al 1812 e impostando i caratteri tipici che hanno fatto di quella autonoma Contea una moderna (economicamente e quindi anche socialmente) provincia di Ragusa.
Bernardino de Caprera è tuttora molto presente nelle menti di alcuni ragusani (e di moltissimi catalani). Sono quei ragusani, poche centinaia, che per motivi diversi (soprattutto di studio) ricordano il nome e l’opera (soprattutto, invero, di stratega militare e di amministratore violento ed esoso) del catalano che re Martino volle ricompensare per avergli di fatto conquistato la Sicilia nel 1392 concedendo, appunto, la Contea di Modica che era stata dei Chiaramonte (e considerato il maggiore e più importante dei feudi siciliani).
Di Bernardo Cabrera, sul piano prettamente materiale, oggi rimangono certamente poche tracce: la lapide tombale murata all’interno del Duomo di San Giorgio ad Ibla (proveniente dall’antica chiesa omonima dove Bernardo volle farsi seppellire quando, nel 1423, morì di peste) e poi quello che è un vero e proprio monumento: la Torre/Palazzo Cabrera di Pozzallo (nella foto).
Monumento celebre in tutto il mondo, la Torre è stata recentemente restaurata e riportata ad un aspetto più simile all’originale degli inizi del ‘400, ovvero senza le fortificazioni militari che l’ingegnere Camillo Camilliani inserì alla fine del ‘500 per difendere il territorio e il caricatore di grano dai sempre più frequenti assalti barbareschi. E’ stata riaperta al pubblico ed è fatta oggetto di molti studi, anche recenti, sia sul piano storico che squisitamente architettonico (non pochi gli studiosi locali che hanno criticato i lavori di restauro a causa di alcuni interventi da essi definiti “falsi” e tra questi soprattutto le grandi finestre trifore) .
Insieme al Castello di Donnafugata (ma ad un livello nettamente superiore), è certamente il più importante monumento laico della provincia e tra i maggiori della Sicilia e del Mediterraneo quattrocentesco (come riconosciuto da studiosi anche di alto livello) e le autorità preposte al suo mantenimento e potenziale sviluppo sul piano turistico e culturale potrebbero fare molto più di quanto è stato fatto finora per “sfruttare” sul piano turistico il palazzo sul mare.
E a tal proposito riferisco quanto sono venuto a sapere, sottolineando che non ho sentito direttamente ma da fonte che è comunque di primissimo livello e di assoluta fiducia.
Pare che, nel corso di un incontro organizzato dalla Soprintendenza di Ragusa nello scorso mese di maggio, si sia discusso di antiche architetture in terra iblea ed il discorso, non poteva essere diversamente, ha toccato anche la torre pozzallese di Bernardo de Cabrera. In quella occasione un funzionario della Soprintendenza pare abbia detto che la torre simbolo di Pozzallo debba essere “difesa dal mare”. Non solo. Pare che il funzionario abbia sottolineato che il mare potrebbe danneggiare la torre quattrocentesca e che bisognerà quindi, non potendo spostare la torre, spostare il mare. Come? Non è stato specificato, ma si è soltanto accennato ad una ipotetica barriera che isoli la torre dall’elemento liquido. Se non fosse che ci siamo ormai abituati a tutto, verrebbe da piangere.
Non so se ci si rende conto: un monumento che il proprietario, Conte di Modica, Visconte di Cabrera, Grande Ammiraglio del Regno di Spagna, uomo rude e guerriero quanto raffinato e amante del territorio volle in riva al mare per motivi pratici (proteggere il caricatore del grano di Pozzallo) ed estetici (vivere a contatto fisico col Mediterraneo), dovrebbe adesso, dopo “solo” seicento anni dalla sua costruzione, essere separato dal mare e interrompere una plurisecolare storia di onde che lambiscono la torre, la solleticano, non la rovinano per nulla (se i marosi fossero stati dannosi, la torre di Bernardo sarebbe crollata già da tempo). Se non si starà attenti, molto attenti, quelli della Soprintendenza potrebbero interrompere un dialogo che affascina gli uomini da sei secoli oltre che dimostrare, ove fosse necessario, che gli uomini sono fallaci e che quelli investiti del sacro potere di sorvegliare per evitare le nefandezza di privati e amministrazioni, debbono essere compresi tra i sorvegliati. A quel punto chi sarà a sorvegliare?
La riposta, un tempo, era facile: i cittadini. Ma adesso non è più così scontata. (Hicsuntleones)
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