«Una persona che soffre, che è malata in modo irreversibile, che è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e che chiede di poter porre fine alla propria esistenza con dignità ha il diritto di ricevere una risposta certa e tempestiva». Parte da questa premessa il disegno di legge depositato all’Assemblea regionale siciliana dai […]
Suicidio medicalmente assistito: inizia a muoversi anche la Sicilia
06 Set 2026 15:38
«Una persona che soffre, che è malata in modo irreversibile, che è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e che chiede di poter porre fine alla propria esistenza con dignità ha il diritto di ricevere una risposta certa e tempestiva». Parte da questa premessa il disegno di legge depositato all’Assemblea regionale siciliana dai deputati di Forza Italia Salvo Tomarchio, primo firmatario, e Stefano Pellegrino, capogruppo del partito all’Ars, per disciplinare in Sicilia le procedure relative al suicidio medicalmente assistito.
La proposta arriva in un momento particolarmente significativo. Appena il 2 settembre, infatti, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni, la legge di iniziativa popolare sulle «procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». Il Veneto è diventato così la quarta Regione italiana, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, a dotarsi di una disciplina regionale sul tema e la prima Regione governata dal centrodestra a farlo.
È dunque sullo sfondo di questo nuovo passaggio che si apre adesso il confronto all’Ars.
«Un diritto non può dipendere dalla provincia in cui si vive»
Tomarchio e Pellegrino pongono al centro della loro iniziativa la necessità di garantire uniformità nell’accesso alle procedure.
«Non una risposta burocratica o che dipende dalla sensibilità di un singolo direttore generale o dalla disponibilità di un avvocato. Una risposta che sia uguale per tutti, ovunque in Sicilia», sostengono i due deputati.
Secondo i proponenti, infatti, in assenza di regole procedurali uniformi la possibilità per una persona di ottenere una risposta alla propria richiesta può dipendere dalla provincia nella quale vive, dalle valutazioni dei medici e dei dirigenti sanitari coinvolti e, in alcuni casi, dalla possibilità di essere affiancata da associazioni o professionisti legali.
«Un diritto che si può esercitare solo in questo modo è un diritto incompiuto, una facoltà diseguale», affermano Tomarchio e Pellegrino, sottolineando come l’attesa indeterminata possa finire per produrre gli effetti di un diniego.
Un tema che resta profondamente divisivo
I due parlamentari riconoscono la particolare delicatezza del tema, che coinvolge questioni etiche, personali e religiose.
«Capiamo perfettamente come il tema possa apparire divisivo, come tocchi in modo profondo la coscienza di tutti. Riguarda ciò che ciascuno di noi pensa del dolore, del limite, della libertà di disporre di sé, del modo in cui vive la propria Fede».
La proposta, spiegano, cerca quindi di mantenere il massimo livello di garanzie anche per chi opera nel sistema sanitario.
«Nessun professionista sanitario è obbligato a partecipare alla procedura, la partecipazione avviene su base volontaria», precisano.
Nessuna persona malata, inoltre, dovrebbe essere indirizzata verso una determinata scelta: l’informazione sulle cure palliative e sul diritto di rifiutare o interrompere qualsiasi trattamento dovrebbe precedere ogni altro passaggio.
«Un diritto che pone dilemmi umani, etici e personali resta un diritto. La presenza del dilemma è una buona ragione per circondarne l’esercizio di garanzie e di tempi di riflessione. Non è una ragione per lasciarlo senza attuazione».
Cosa prevede il disegno di legge siciliano
Il provvedimento è composto da 14 articoli e, nelle intenzioni dei proponenti, non interviene sui requisiti sostanziali già definiti dalla giurisprudenza costituzionale.
Restano quindi le condizioni individuate dalla Corte: la presenza di una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità della persona di assumere decisioni libere e consapevoli.
La Regione, spiegano Tomarchio e Pellegrino, interverrebbe invece nell’ambito delle proprie competenze sanitarie per disciplinare le modalità organizzative e procedurali attraverso le quali le aziende sanitarie dovrebbero dare attuazione alle pronunce della Corte costituzionale.
Il punto centrale della proposta è l’istituzione, presso ogni Azienda sanitaria provinciale, di una Commissione multidisciplinare permanente composta da sette professionalità: cure palliative, neurologia, psichiatria, anestesia e rianimazione, medicina legale, psicologia clinica e infermieristica.
La commissione sarebbe integrata, per ogni singolo caso, dallo specialista della patologia della persona interessata.
È inoltre previsto il coinvolgimento dell’organismo per l’etica nella clinica già operante nell’azienda sanitaria. La persona interessata potrebbe chiedere anche che il proprio medico di fiducia partecipi ai lavori.
Somministrazione in ospedale, hospice o domicilio
La proposta stabilisce inoltre che la somministrazione del farmaco avvenga esclusivamente da parte della persona interessata, con l’assistenza del personale sanitario.
La procedura potrebbe essere effettuata in ospedale, hospice oppure al domicilio.
L’intero percorso sarebbe gratuito e la persona interessata manterrebbe la possibilità di revocare la propria decisione in qualsiasi momento.
Il precedente toscano e la sentenza della Consulta
La proposta siciliana si inserisce in un quadro normativo ancora privo di una legge nazionale organica.
La prima Regione italiana a intervenire è stata la Toscana, che nel marzo 2025 ha approvato la legge regionale n. 16 sulle modalità organizzative per l’attuazione delle sentenze della Corte costituzionale in materia di suicidio medicalmente assistito.
La legge toscana è stata successivamente impugnata dal Governo davanti alla Corte costituzionale. Con la sentenza n. 204 del 2025, la Consulta ha riconosciuto la possibilità per le Regioni di intervenire sugli aspetti organizzativi e procedurali della materia, dichiarando però l’illegittimità costituzionale di alcune specifiche disposizioni della legge regionale.
Il principio assume particolare rilevanza anche per la Sicilia: l’obiettivo dichiarato dai proponenti è infatti quello di intervenire sulle modalità organizzative del servizio sanitario, senza ridefinire i requisiti sostanziali stabiliti dalla giurisprudenza costituzionale.
Dopo il Veneto, il confronto arriva in Sicilia
Il voto del Veneto rende il tema ancora più attuale. La legge approvata il 2 settembre disciplina procedure, tempi e responsabilità del percorso sanitario e rappresenta, al momento, il più recente intervento regionale sulla materia.
Per Tomarchio e Pellegrino, tuttavia, la proposta siciliana non pretende di risolvere il nodo nazionale.
«Il testo che proponiamo non risolve la questione di fondo, che spetta al Parlamento», spiegano. «Ma fa una cosa più modesta e più urgente: mette la Sicilia in condizione di rispondere, con procedure conoscibili e verificabili, a chi bussa alla porta di un’azienda sanitaria chiedendo di esercitare una facoltà e un diritto che la Costituzione gli riconosce».
I due deputati chiedono quindi che il disegno di legge venga discusso «con la necessaria attenzione ma senza preconcetti», auspicando una rapida approvazione.
Il confronto sul fine vita approda così anche in Sicilia, dopo il nuovo passaggio compiuto dal Veneto. Una discussione che incrocia diritti, autodeterminazione, responsabilità sanitaria, libertà di coscienza e tutela della persona, e che inevitabilmente coinvolgerà nelle prossime settimane istituzioni, mondo sanitario, associazioni e forze politiche.
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