Dalla prevenzione alla paralisi. È su questo corto circuito che si accende lo scontro sulla sanità in provincia di Ragusa, dopo la denuncia durissima lanciata dal comitato Articolo 32, che chiede la rimozione immediata dei vertici dell’azienda sanitaria. Al centro del caso, una vicenda che mette in discussione l’efficacia stessa dei programmi di screening. L’ASP […]
L’AGGRAVANTE DI ESSERE FEMMINE
14 Gen 2013 18:29
In Cina sono centinaia di migliaia le bambine abbandonate per strada: le giovani coppie, condizionate dalla necessità politica di esercitare il controllo delle nascite, possono avere al massimo due bambini, perciò, quando il primo è femmina preferiscono liberarsene per lasciare posto al secondo che – sperano – maschio: solo lui potrà lavorare nelle risaie e avere, credono, contatti spirituali con gli antenati, mediante il culto dei morti. Non ci sono luoghi di accoglienza per le bambine a cui la riduzione delle spese pubbliche nega anche il sostentamento da parte degli orfanotrofi. Le piccole che hanno la colpa si essere nate femmine vengono eliminate oppure sono costrette a una vita di abusi e sofferenze.
Ed ancora accanto alla terribile realtà delle bambine cinesi ci sono le infinite storie di sfruttamento e miseria che riguardano i bambini, i children di tutto il mondo, ma che – ovunque – trovano una specifica sofferenza di genere: sono le piccole prostitute tailandesi, le raccoglitrici di rifiuti filippine, le bambine senza tetto di Calcutta oppure di Lima: tutte quante aggiungono alla loro condizione diseredata, l’aggravante dell’essere femmine. Dove non si fa una politica di contenimento delle nascite, si ripetono i comportamenti di sopruso e violenza del debole sul più debole. Si tratta di orrori e barbarie che infieriscono sulle bambine, perché indesiderabili.
Anche in Italia , che pure appartiene all’area dello sviluppo, dove si fanno campagne in difesa della vita e continuamente viene ribadito che non ci sono differenze di trattamento tra maschi e femmine, in nome delle ‘pari opportunità’ vediamo che la facciata cela una realtà diversa, ma che perfino il vissuto individuale, dei genitori e dei parenti, non solo quello sociale è estremamente contraddittorio.
Nel nostro paese afflitto da scarsa natalità quando ci annunciano una nuova nascita qual è l’augurio che segretamente formuliamo: “Speriamo che sia femmina”… oppure… “auguri e figli maschi”?
Che posto occupa nelle aspettative dei futuri genitori il desiderio di una figlia?
Ancora oggi se nasce una bambina a molti sembra un obiettivo mancato, un ripiego cui fare buon viso: il patriarcato va finendo, così si dice, e sicuramente ha perso prestigio e autorità, ma continua a lasciare ampie tracce.
In fondo in fondo resiste la convinzione che avere un bambino sia preferibile: il mondo, si sa, va in un certo modo, e anche là dove si è evoluto è ancora profondamente convinto che maschio sia meglio.
Vale la pena richiamare alla memoria le frasi della nostra infanzia, non del tutto passate di moda che, anche con un’analisi superficiale, rivelano in molte espressioni dedicate alle bambine una forma ricorrente di rammarico, di svalutazione se non di misoginia, dal già ricordato “Auguri e figli maschi”… a “Nottata persa e figlia femmina”…
Se la parola ci permette di comunicare e le nostre differenze si rivelano nei termini che scegliamo per esprimerci, per descrivere i nostri sentimenti, per dar voce ai nostri pensieri allora non è indifferente, anzi è un diritto rivendicare parole precise, “al femminile”.
Potremmo indire un concorso (oppure accontentarci di una gara fra amici o di un gioco in famiglia) per premiare chi trova nel minor tempo possibile il maggior numero di modi dire o espressioni proverbiali condite con il pregiudizio sessista. Vale la pena cimentarsi nella prova… e regione per regione, paese per paese, continente per continente… il materiale a disposizione continuerà a aumentare…
Nel mito antico affondano le radici di un pregiudizio di cui si nutre l’immaginario tramandato di generazione in generazione e alimenta i peggiori luoghi comuni…“chi dice donna…” L’immaginario comune, i richiami simbolici – anche quando vengono votate le carte più solenni, a partire dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e poi tutte le altre – non se ne va, si allontana soltanto e immediatamente dopo esercita nella pratica l’opposizione più dura alla solenne definizione teorica dei diritti in questione.
Pertanto parlare di diritto a un altro linguaggio come del primo diritto da rivendicare per le bambine, significa sottolineare che il diritto alla vita non riesce a essere pienamente realizzato se è solo biologico e non si precisa nell’identità di un individuo unico e originale.
Nella lingua inglese esiste uno slogan ‘save the children’ , ma è un’ambiguità lessicale che in italiano viene subito evidenziata perché non abbiamo il genere neutro. Al posto di un soggetto indifferenziato usiamo un maschile oppure dobbiamo mettere due diversi soggetti, di genere maschile e femminile, perché il neutro non è tale se non per la grammatica… le parole si appropriano delle cose e il genere che dà il nome esercita la sua potenza.
Non ci deve essere più posto per l’identità neutra: l’identità è sessuata in quanto diritto all’identificazione con se stessi, scoprendo il proprio corpo e le sue caratteristiche, nominando tutte le sue parti senza falsi pudori.
Un cammino difficile, per assenza di genealogia femminile che faccia da riferimento a chi cresce e si trova a che fare con mamme spesso avvilite dal senso di inadeguatezza nello sforzo di soddisfare ogni richiesta.
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