Dieci ore di lacrime e paura: la bimba che non vuole essere portata via dalla famiglia affidataria

Una bambina di quasi 7 anni strappata alla sua vita: verso un ricongiungimento imposto e una rottura forzata del legame affettivo.Sabato scorso, per dieci ore consecutive, una bambina di quasi 7 anni ha manifestato in ogni modo il proprio rifiuto all’allontanamento dal nucleo familiare in cui vive da circa quattro anni.

Lo ha fatto con pianto, urla, paura, opposizione continua, ma anche spiegando con lucidità di non voler lasciare quella che riconosce come la propria casa, il proprio contesto di vita, i propri riferimenti affettivi quotidiani. Siamo a Siracusa dove la vicenda sta già facendo discutere. E’ un po’ l’esatto contrario della famiglia del bosco di cui per mesi si è parlato forse perché utile alla campagna elettorale del referendum. Ma qui il caso è opposto. La bambina non vuole lascia la famiglia affidataria.

Quel primo tentativo di esecuzione del provvedimento, avvenuto a Siracusa ai Servizi sociali e in assenza del curatore speciale della bimba, non ha portato all’allontanamento. Ma invece di fermarsi ad ascoltare il significato profondo di quella reazione, il sistema si prepara adesso a un nuovo passaggio coercitivo: per martedì mattina, in Questura, è già stato fissato un secondo tentativo di prelievo della bimba.

Nelle prossime ore dovrebbe essere eseguito quindi il provvedimento del Tribunale per i Minorenni di Catania che ne dispone il trasferimento in una famiglia ponte a indirizzo segreto, limitando i contatti con i collocatari a sole due telefonate settimanali, in vista di un successivo e graduale riavvicinamento.

Il punto, però, è che quanto sta accadendo non ha più i contorni di un percorso protetto.
Dopo mesi di incontri con la madre biologica, dopo i ripetuti rifiuti della bambina, dopo il rifiuto persino di pernottare con lei e dopo una giornata intera di opposizione disperata ai Servizi sociali, ciò che si sta preparando non appare come un accompagnamento rispettoso, ma come un ricongiungimento imposto.

La bambina, che è stata accudita e cresciuta dai collocatari in qualità di affidatari in vista di adozione, continua a riconoscere in quel nucleo la propria base affettiva (composta non solo da quelli che da 4 anni chiama mamma e papà ma anche da zii, nonni, cugini, amici…). È lì che si è formata, è lì che ha costruito abitudini, sicurezza, relazioni, appartenenza. Eppure il rifiuto netto espresso sabato viene sostanzialmente ricondotto non alla sofferenza della bambina, ma alla responsabilità dei collocatari, ai quali è stato revocato il collocamento con effetto immediato.

A rendere il quadro ancora più grave vi è la condizione sanitaria della minore. La bambina è affetta da pubertà precoce e proprio lunedì deve sottoporsi a una delicata iniezione ormonale. Si tratta di un trattamento che, fino a oggi, è stato affrontato solo grazie alla presenza rassicurante dei collocatari, che l’hanno accompagnata nelle visite e nelle cure. Ed è già accaduto che le istituzioni hanno optato per farle mancare una visita medica invece di concedere che fossero i collocatari ad accompagnare la bimba in ospedale. Un allontanamento traumatico, per di più in concomitanza con questo percorso medico, rischia di incidere non solo sull’equilibrio psicologico, ma anche sulla continuità della cura.

I collocatari precisano di non essersi mai opposti in linea di principio al ricongiungimento. Al contrario, affermano di avere avanzato proposte di integrazione e gradualità, ritenendo necessario costruire un passaggio rispettoso dei tempi e dei bisogni reali della minore. Tali soluzioni sarebbero state rigettate, scegliendo invece una strada che oggi rischia di trasformarsi in una rottura forzata del legame affettivo costruito in quattro anni di vita.

Per questa ragione viene lanciato un appello urgente alle autorità competenti e all’opinione pubblica affinché venga fermata l’esecuzione del provvedimento nelle forme oggi previste e la bambina venga ascoltata in un contesto realmente protetto, attraverso il coinvolgimento di nuovi tecnici e consulenti terzi.

Dopo mesi di incontri e dopo dieci ore di opposizione continua, non si può chiamare tutela un intervento che la bambina vive come una sottrazione. In queste condizioni non si sta accompagnando un ricongiungimento: si sta imponendo uno sradicamento coatto.

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