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CHE FINE HA FATTO LA LIBERALIZZAZIONE DEI DIRITTI D’IMPIANTO?
10 Dic 2012 19:51
L’Unione Europea ha varato nel 2008 un regolamento che di fatto elimina i vincoli di diritto d’impianto delle viti emanati nel 1976.
Questi vincoli sono nati con l’intento di evitare la sovrapproduzione di vino o l’abbandono di altre colture a favore della vite. Ciò significa che un’area territoriale. circoscritta in una DOC. potrebbe contare molti più ettari vitati di quelli che effettivamente ha, poiché i diritti d’impianto ne rallentano o ne impediscono l’aumento.
Il provvedimento, emanato nel 2008, dovrebbe rendersi effettivo nel 2015. Ossia, dal 2016, non ci saranno più vincoli per aumentare le superfici vitate e, quindi, la produzione.
Le cause legate alla produzione sono alcuni dei motivi che hanno spinto l’Unione Europea a eliminare i diritti d’impianto. Fuori dall’Europa, i nuovi paesi produttori di vino hanno il vantaggio di non avere vincoli di nessun tipo, avvantaggiandosi in qualche modo nella competitività commerciale.
Ora, è evidente che in questi ultimi paesi, chi più chi meno di recente presenza nel mercato vitivinicolo, sarebbe insensato inserire norme che vietano la produzione vitivinicola, se non legate a fattori morali o religiosi.
In Europa la situazione sta diventando sempre più complessa. Da una parte si avvia una liberalizzazione del mercato, che indubbiamente colpirà anche evidenti fattori di “protezionismo”; dall’altra si è avviata anche una politica di estirpazione delle viti, introdotta sempre nel 2008, con la finalità di eliminare i vigneti obsoleti e poco o per niente remunerativi. Quest’ultima politica di estirpazione nel complesso non ha dato i risultati sperati, poiché, per quanto riguarda l’Italia, molti vigneti ritenuti indubbiamente non remunerativi, non sono stati estirpati, per vari motivi, non sempre nobili.
La legge sulla liberalizzazione ha ovviamente spaccato l’Europa. Da una parte i produttori dei paesi di maggiore tradizione vitivinicola e dall’altra i paesi europei che si affacciano recentemente alla produzione vitivinicola e i produttori più “imprenditoriali” dell’Europa di tradizione vitivinicola. Insomma il vecchio contro il nuovo. Una favola già sentita, che non si può semplificare, soprattutto oggi in Italia, semplicemente con l’essere a favore o l’essere contro.
È ovvio che molti sono contrari alla liberalizzazione, perché vedono la concreta possibilità del crollo dei prezzi e l’evidente certezza di perdita di mercato. Regioni molto produttive come il Veneto, la Puglia e la Sicilia, nonostante i prezzi modesti di molti vini ivi prodotti, intravedono un chiaro rischio di perdita del mercato nelle liberalizzazioni. Ma è anche vero che la liberalizzazione degli impianti significherebbe anche una inevitabile diminuzione della qualità complessiva del vino medio e il rischio concreto che i vini che richiedono maggiore impegno e maggiori costi, ma non si sono affermati ancora nel mercato, come i vini da viticoltura eroica, rischino di sparire. Aprire alla liberalizzazione d’impianto significa indubbiamente accettare che la stragrande maggioranza dei nuovi impianti verrà fatta in zone, in cui il terreno costa meno e, inevitabilmente, quasi sempre, non propriamente idoneo alla viticoltura atta a produrre vino. Già oggi, nonostante i diritti d’impianto, molti vini sono al limite del bevibile e vari si fregiano di denominazione d’origine, nonostante lo scarso livello.
Trionferà la nuova economia, caratterizzata dall’impronta low cost! ma è inevitabile fare un minimo di autocritica. Sebbene tutti soffrano per la crisi, è anche vero che in Italia si è fatto di tutto perché la differenza tra una DOC e un vino scarso passasse inavvertita. D’altronde questo è il motivo per cui si è dovuto ricorrere alla DOCG, proprio perché il livello di molte (non tutte) DOC era al limite del bevibile e qualsiasi vino del Nuovo Mondo era in grado di batterle, non solo nel prezzo, ma anche a livello qualitativo.
Sembra che sui diritti d’impianto l’Unione Europea sia pronta a discutere. Se si farà o meno non è molto importante. L’importante è che la differenza tra i vini non sia semplicemente il prezzo, altrimenti è ovvio che il mercato si sposterà verso quello meno caro. Una maggiore concentrazione del colore non può giustificare una differenza consistente di prezzo.
Per esempio, vini troppo diversi a livello qualitativo, che si ritrovano nella stessa DOC, non aiutano certamente a capire perché un vino debba costare di più di un altro. Per parlare della Sicilia, è quello che accade con la DOC Sicilia, per cui vini molto diversi a livello qualitativo si trovano nella stessa denominazione, screditando inevitabilmente il nome di tutta la DOC.
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