Ha preso il via oggi, anche nel Ragusano come nel resto della Sicilia, la campagna vaccinale antinfluenzale 2026-2027, che proseguirà fino al 28 febbraio 2027. In via prioritaria, la vaccinazione dovrà essere garantita alle persone di età pari o superiore a 60 anni e ai soggetti affetti da patologie che aumentano il rischio di complicanze. […]
Divertirsi nel male: adolescenti, minicar e monopattini
15 Ott 2026 07:16
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
“Quella notte ci siamo divertiti così.” Poche parole, pronunciate in una caserma di Roma da due ragazzi di sedici e diciassette anni, uno dei quali aveva festeggiato il compleanno tra il 4 e il 5 ottobre. Non sono bambini, e non lo sono nemmeno per la legge, che a quell’età comincia a chiedere conto. Avrebbero già un precedente per furto. E un giovane attore, colpito a tradimento mentre si muoveva in monopattino, è stato ricoverato in “terapia intensiva”.
La psicologia, davanti a una frase simile, dovrebbe prima di tutto tacere un istante. Perché è la declinazione nera dell’inesplicabile, l’assurdo che si presenta senza maschera, e ogni spiegazione troppo rapida rischia di somigliare a un tentativo di addomesticarlo. Qui non c’è rabbia vendicativa, non c’è movente, non c’è una “challenge social”, non c’è nemmeno un nemico: c’è uno sconosciuto scelto a caso, e il suo dolore trasformato in un passatempo. È il deserto dell’empatia, la povertà emotiva nella sua forma più nuda: l’incapacità di riconoscere nell’altro, per un attimo soltanto, un corpo che sente, una vita che può spezzarsi.
Nessuno nega (neppure io) che da anni siamo di fronte a emergenze educative e a sintomi di fragilità dei minori di 15 anni. E 55.
Pongo tuttavia una domanda semplice. Su mille adolescenti che conoscete, quanti prenderebbero a calci da una macchinina degli sconosciuti in monopattino, scelti a caso, per strada? La risposta, ne sono certo, è la stessa che darei io: praticamente nessuno. E questa risposta è già, da sola, il cuore dell’argomento.
Aberrazioni come questa suscitano uno scalpore mediatico enorme ed è comprensibile: ricordate le cronache dei sassi lanciati dai cavalcavia, decenni fa? Il fatto eccezionale ci inchioda perché è eccezionale. Ma proprio per questo la tentazione di farne un manifesto generazionale va respinta. Anche stavolta, in dissonanza con molte voci di colleghi, scelgo di essere impopolare. Commentare l’episodio ripetendo a memoria che i giovani di oggi sono annoiati, violenti, corrotti dai social e dalla debolezza dei genitori significa commettere tre errori in uno.
Il primo è dire banalità: formule consolatorie che non hanno mai spiegato nulla e che ritornano identiche a ogni cronaca nera, come un ritornello senza canzone. Il secondo è cercare, di fatto, delle attenuanti alla responsabilità individuale di quei due ragazzi, in questo caso. Sociologismi del tipo “i giovani di oggi stanno male” finiscono per sciogliere la colpa nel clima del tempo, come se a colpire fosse stata un’epoca e non due persone con un nome, un’età e una scelta. Il terzo errore è ignorare che almeno il novanta per cento dei loro coetanei li disapproverebbe nettamente, nelle idee e nelle azioni. Quei due non sono affatto rappresentativi delle nuove generazioni: sono un’eccezione che scambiamo per uno specchio. Il che non significa liquidare tutto con un’alzata di spalle. Resta da interrogarsi, con rigore e senza slogan, su come un’esistenza possa arrivare a scambiare il dolore altrui per un modo di “festeggiare”, su quali silenzi, quali assenze, quali precedenti ignorati abbiano preparato quel vuoto. Ma interrogarsi su due persone (o comunque su una minoranza) non è la stessa cosa che processare una generazione, e la differenza è la prima forma di giustizia.
“Quella notte ci siamo divertiti così.” Non è semplicemente una risposta. È piuttosto una domanda che non dovremmo mai porci: e che, proprio per questo, abbiamo il dovere di non lasciare cadere nel vuoto da cui è venuta. Come il vento del deserto, tra ombre e dune ed emozioni negate.
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