CLUB UNESCO SCICLI

 I “Club UNESCO” non hanno altra funzione se non la promozione culturale degli ideali unescani. Ciò è possibile farlo in più modi: con iniziative o con messaggi, talvolta con l’attività e l’esempio, ma sempre l’ambito si restringe all’oggetto d’interesse, effetto di quell’unica causa anzidetta. Nel caso specifico, l’oggetto di interesse si caratterizza, nel piano d’azione, entro i confini sciclitani (per delimitazione territoriale). E dunque sembra una buona circostanza quella commissariale – in qualunque modo, o per qualunque motivo che sia – da poco venuta in essere a Scicli. Essa giunge con gli auspici della veste provvidenziale, dopo venti-trenta anni di amministrazione maldestra (quella politica, ma anche burocratica), con una interruzione operativa (e infine positiva) in un trascorso frangente anch’esso commissariale che ora lascerebbe ben sperare per il futuro. In verità aspettiamo ancora i primi segnali concreti di mutamento, ma la fiducia è ancora salda, e poi – del resto – le priorità non sono ben valutabili dall’esterno, così che appare esercizio fatuo quello del sindacare. Il problema legalità, va senz’altro chiarito, specificato e risolto, in tutti gli aspetti, successivamente – forse – si interverrà nell’ordinaria amministrazione.

 

Ebbene, vi sono certune criticità manifeste, in parte segnalate e rimproverate dallo stesso organismo internazionale UNESCO: “gravi mancanze dei lavori di riqualificazione, restauri e gestione” (cit. comitato del patrimonio mondiale UNESCO), cui aggiungo l’auspicio per una valutazione degli eventuali “lavori” già eseguiti, al fine di evitare possibili errori futuri; ve ne sono altre, di criticità, forse meno manifeste ma che riguardano aspetti non del tutto secondari, presso cui è d’uopo porre mano al più presto, per mezzo di attività che dovrebbero essere volte, ad esempio, a interrare cavi elettrici o a celare apparecchiature per il condizionamento dell’aria, nella volontà di limitare la degenerazione di un centro storico sempre più abbrutito da dimenticanze, e velleitari disegni di decoro urbano forse male indirizzati e peggio congegnati. Non sono tecnicamente preparato per dare giudizi finali e perentori, tuttavia mi rendo conto che la decadenza di una società si palesa chiaramente quando i luoghi della memoria storica-civile-sociale divengono discoteca-pizzeria a cielo aperto, specie nelle ore serali (o peggio “notturne”). Vorrei perorare la bontà di una causa troppo spesso non tenuta nel debito conto: se le fiction televisive consentono senz’altro l’arrivo di ingenti flussi turistici, si ricorda che il riconoscimento UNESCO (ma anche quello più/meno importante del fotografo di scena delle fiction, in fondo) è dovuto in merito alla bellezza o alla rilevanza culturale del luogo, che ha una sua origine concreta nella reale laboriosità delle società precedenti alla nostra. In buona sostanza – si conceda il sarcasmo – tutte quelle caratteristiche declinate dagli “uomini” in valenze economiche, sociali, politiche, culturali, che di un agglomerato di fabbriche – talvolta eterogeneo – fanno un “paese”. Se questo lo si capisce, e quando lo si capisce, si è sempre in tempo per salvare il salvabile e indirizzarsi per un futuro più dignitoso. Non sto certamente pontificando, per l’amor di Giove capitolino!, ché quella è attività sacerdotale (sacra) di chi non ha mai dubbi e tentennamenti, neanche dinanzi ai grossolani errori (i misteri dell’autocompiacimento dogmatico), piuttosto vorrebbe essere la mia una modesta opinione in merito. Proseguo ancora con mie opinioni. Una su un ambito ormai importantissimo, riguardante il turismo e la gestione dei siti culturali sciclitani. Ho già scritto in merito valanghe di parole, in molti contesti di tipo para-giornalistico, nella vana speranza di capire se qualcun altro fosse d’accordo con me. Spero ancora di sì, ma ormai con poco zelo: immagino che gran parte della mezza-taciuta querelle sulla gestione dei siti, potrebbe esser posta nel silenzio della pacificazione augustea, qualora si provasse a mantenere staccati gli interessi imprenditoriali da quelli pubblici (perlomeno nell’ambito culturale occorre farlo, ma forse anche in settori meno “elevati” della vita sociale cittadina, specie laddove la criminalità organizzata si organizza più spesso).

 

Temo di uscire “fuori-tema”, torno alla cultura e al turismo: propongo di pensare ai siti culturali di proprietà pubblica, tenuti aperti in orari diurni, da porzione di quella moltitudine di dipendenti della pletorica macchina comunale/statale, e in prospettiva vedrei di buon occhio la stessa analoga misura da adottare nell’ambito del Parco di San Matteo. Non di sola “impresa” dovrebbe viver l’uomo, e in ogni caso non ogni oggetto deve essere soggetto a speculazione economica. Piuttosto, concedendo vaste aree territoriali in affidamento al servizio di polizia forestale (per come pare si prospetti il “corpo” in futuro), ambirei alla realizzazione di una serie di percorsi rurali cui associare attività di tipo agricolo (settore da rivalutare prestamente, per il bene di tutta la comunità) e conseguentemente turistico. Si ricordi che Scicli si trova nel bel mezzo di una antichissima via che dal mare conduce a Ragusa sino a collegarla a una semisconosciuta e inesplorata “via francigena di Sicilia”. Le implicazioni sociali, economiche e culturali sarebbero ovviamente infinite. Sono possibilità a lungo termine, e di non immediata realizzazione, ovviamente, ma ciò non toglie che qualcuno potrebbe comunque dargli avvio. Ciò che nell’immediato immagino praticabile in tal senso, potrebbe essere la chiusura al traffico veicolare (limitandolo ai residenti) di “via del mare” (sterrato percorso parallelo alla litoranea), area di pre-riserva tra Cava d’Aliga e Costa di Carro. Così raggiungendo l’encomiabile risultato di svantaggiare nella stessa zona il proliferare di discariche abusive. Credo che per consentire una tale eventualità basterebbe un foglio di carta con alcune firme e due cancelli.

Per quel che riguarda Scicli, si è notata nel corso dei decenni, una montante disaffezione al verde, sempre crescente, progressivamente, cui si potrebbe rimediare in diversi modi. Non dico di reintrodurre la festa dell’albero, ma perlomeno di addobbare con qualche alberello la spoglia Piazzetta Carmine, nello specifico si preferirebbero alberi lievemente frondosi e conseguentemente piacevolmente ombrosi, ché infine il barocco-in-ritardo e il neo-classico ne godranno esteticamente, ne sono certo, dinanzi all’osservazione di insieme di un deambulante ozioso in cerca di riparo dal solleone estivo. Alle eccezioni avanzabili, e immaginabili, di pochi bastiancontrari, si risponderà dicendo che non di tutti gli alberi le radici corrono con andamento orizzontale. Scicli non è solo via Mormino Penna, e i barocchi pregi, fregiati del riconoscimento unescano, sono da incastonare idealmente in un paesaggio complessivo (e difficile da controllare, lo si riconosce!) che dal mare s’eleva verso gli Iblei. Per cui, probabilmente, il piano di gestione dell’area intera va pensato con volontà di valorizzazione della fascia costiera, utilmente a mantenere intatto ciò che resta (molto poco) dopo il passaggio, nel corso degli anni ’70 e ’80, degli unni cementificatori. La discussione ancora in corso sulla variante alle linee generali del PRG, non potrà eludere tali riflessioni. Semmai, dove possibile, si dovrà pensare non a costruire ma a demolire, riorganizzando le fasce urbanizzate già presenti, al limite ricostruendo e ristrutturando, in base a esigenze reali di una popolazione demograficamente pressappoco ferma, malgrado i flussi migratori (non turistici, o perlomeno in misura per nulla rilevante da tale lato), in costante arrivo da area comunitaria (innalzando leggermente la densità di popolazione) e non. In altre parole, si deve pensare ad abbellire, per ciò che è possibile, quanto di brutto si è fatto e si continua a fare. La riqualificazione vera sarebbe questa.

A Scicli, poi, si vive un momento di particolare prolificità in quanto al sorgere di nuove associazioni. Intendo dire che sono così tante da tendere all’individuazione singolare di ogni cittadino, per cui ne deduco che il rischio conseguente è la moltitudine incontrollabile o una finale associazione delle associazioni (deprecabile anch’essa, come destrutturazione non funzionale dell’idea di associazione). Non esistono mezze misure, di prudenza e mediazione a Scicli, evidentemente. Sarebbe più logico creare una rete di associazioni, collegate tra loro, magari, per interessi comuni. E in tal senso il Club UNESCO si è impegnato nella proposizione di un progetto di “Museo della Città”: per l’appunto, in sintesi, una rete museale affidata alla cura di tutte le associazioni interessate, sotto la supervisione della P.A. Ben altra cosa, di una “casa”.

 

Si potrebbe persino dire – per i temi toccati – che i club UNESCO agiscano dunque nell’ambito della politeia, pur privandosi autonomamente, e quasi in regime di autotutela, delle talvolta deprecabili scaturigini elettorali e mantenendosi lontani dalle nefande diatribe di partito. Si tratta quindi di una “politica” genuina e reale, quella presso cui ci si applica, per cercare di suggerire al cittadino differenti punti di riflessione, in ordine sempre ai principi internazionali dell’UNESCO, e magari auspicando di condurlo nel migliore dei modi (senza ingerire indebitamente) alle scelte che egli stesso riterrà più opportune per il suo futuro. Magnifici istrioni si aggirano per le vie, con parlantina svelta e sicumera inossidabile, cercano di convincere che l’oro è pur sempre l’oro, dacché già lo hanno tramutato in ferro. Essi sono notevolissimi alchimisti dell’inversione, e si trovano in ogni luogo. Ma per fortuna sono pochi, e basta non seguirli.

 

Gaetano Celestre

Presidente Club UNESCO di Scicli

 

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