IL NOSTRO “BEL SAN GIOVANNI”

Credo che non esista ragusano che non provi un’emozione, anche se si trova agli estremi confini del mondo, il 29 Agosto, il giorno in cui Ragusa celebra la festa di San Giovanni. Una molteplicità di significati rende suggestiva e sempre attuale questa bella tradizione.

Era passato un solo anno dal terribile terremoto del gennaio 1693 quando veniva redatto il documento che fissava la sede della futura cattedrale nella zona del Patro, in cui un folto gruppo di cittadini aveva deciso di costruire la nuova città, per darle una possibilità di crescita che il vecchio sito non poteva più garantire. La prima identità intorno cui riaggregare i ragusani perchè trovassero slancio e coraggio per ricominciare dopo la grande tragedia, è stata la comune devozione a  San Giovanni. Definito il sito della cattedrale, in rapporto ad esso si tracciarono poi le principali arterie della città, che così cominciava a prendere forma.

La festa del 29 Agosto rinnova il ricordo della nostra storia collettiva, il senso della nostra appartenenza a una comunità connotata da una sua specificità, come è evidente  nell’organizzazione del territorio e quindi nel paesaggio, nelle tipologie costruttive, nell’economia, negli usi, nella gastronomia, nel dialetto, nei modi di dire, ecc…In un’epoca di omologazione e standardizzazione degli stili di vita in chiave di globalizzazione, questo appare particolarmente importante, purchè non venga percepito come particolarismo e voglia di chiusura, ma al contrario come capacità di aprirsi al mondo senza smarrire le proprie radici.

Nel giorno di San Giovanni ripetere gesti e tradizioni che provengono dal passato, ravviva in ciascuno di noi i ricordi della propria infanzia e dei propri affetti, mentre sentiamo come la storia e l’identità personale si intrecci con quella della città, magari con l’inevitabile nostalgia per un passato che per tanti aspetti ci appare più bello del presente.

I significati legati alla tradizione perderebbero suggestione se non fossero radicati nello spirito religioso, che è la vera essenza della festa. Restituire alle immagini, e quindi al simulacro, una valenza contemplativa, depurando il culto dal devozionalismo, ci aiuterà ad approfondire le ragioni della religiosità popolare: San Giovanni tiene in mano il libro della Parola di Dio. Ha riportato la sua vita all’essenza rifiutando come inutile orpello tutto il resto: l’unica cosa che conta è ascoltare ciò che ha da dire Dio all’uomo, perchè l’uomo capisca se stesso e il resto intorno a sè, e di conseguenza possa cambiare il proprio punto di vista su ogni cosa dilatando lo sguardo fino all’orizzonte sconfinato che Dio addita. Ciò vuol dire reputare un niente ricchezze, posizione sociale, ambizione di potere, infatti San Giovanni indossa povere vesti, si ritira nel deserto, si inimica i potenti dicendo loro le scomode verità che scaturiscono dalla Parola, rimane coerentemente fedele a quelle verità anche a costo della vita. Infatti un agnello e la Croce sono gli altri emblemi tipici dell’iconografia del Santo, il Precursore che addita ancora oggi a noi il Cristo come culmine e compimento della storia della relazione fra Dio e l’umanità, come “via, verità e vita”.

E la processione che ogni anno si snoda per le strade della nostra città è simbolo del cammino della vita: un itinerario in cui ciascuno è protagonista ma che non si percorre da soli, perchè è nella qualità della relazione con l’altro la chiave della nostra realizzazione. E non andiamo senza meta, ma con una direzione ben chiara: la sequela di Cristo, cui ci invita e di cui ci dà testimonianza il Precursore. Per questo un intero popolo cammina con una luce in mano, simbolo della luce di Cristo, nei luoghi consueti della quotidianità: la fede fa nuove tutte le cose, anche quelle ordinarie.

 

 

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